Diciamolo con Seneca: la fortuna non è altro che il momento esatto in cui il talento incrocia l’opportunità. Ma, certo, sarebbe troppo semplice attribuire tutto a questa sacrosanta verità se non fosse per l’ingenuità colossale di Carnesecchi, Scalvini e Djimsiti, che – come sempre accade – hanno dato un bel contributo all’incredibile sceneggiata. E così, ecco che Boga, sì proprio quel tipo lì, ha raccolto il pallone decisivo e, contro ogni logica del gioco, lo ha infilato in rete. Un dono prezioso per la Juventus: tre punti che, tra meriti discutibili e fortuna ampiamente scarsa, permettono di guardare la classifica con un misto di contentezza e sollievo, ambizione e – perché no? – quel pizzico di ottimismo che a Torino non si vedeva da tempo.
Intanto, si prende atto che Atalanta resta a distanza di sicurezza, mentre la Roma si ritrova di nuovo dietro, non più soltanto ai lati, impegnata com’è in un teatrino interno di regolamenti di conti pubblici, con l’infinita querelle Gasperini vs Ranieri, che – ironia della sorte – sembra più una soap opera low cost che un problema da club sull’orlo del baratro. Qualche problema per l’ambiente, insomma, non proprio il massimo per una squadra che vorrebbe risalire la china.
Nel frattempo, mentre la Juventus si stupisce di questo inatteso risveglio ‘ascendente Champions’, deve pure registrare il tracollo del Milan. E così, con un telecomando in una mano e una ciotola di popcorn nell’altra, Luciano Spalletti, fresco di rinnovo e con l’aria di chi si è appena pentito di aver accettato, si prepara a seguire un Como-Inter che, per la sua squadra, vale quasi più di una finale, o perlomeno un riscatto da qualche incubo. Naturalmente, non può che tifare per l’Inter — nemmeno troppo disinteressatamente, beninteso — sperando in un miracolo che potrebbe, chissà, regalare qualche notte di gloria alla Juve davanti a Fabregas. Spettacolo? Chi ha detto spettacolo?! Al diavolo, questa volta vale solo il risultato.
La verità, amara e impietosa, è che i tre punti strappati alla New Balance Arena valgono proprio per la devastante pochezza espressa in campo dalla squadra di casa. Il primo tempo è una lezione di calcio unilaterale: l’Atalanta preme, taglia tutte le linee di passaggio, recupera palla, la manovra con una pulizia quasi irritante, e spinge in avanti con pericoli concreti. Ecco qualche episodio: al 7’, Yildiz lancia un contropiede che finisce con un innocuo diagonale di Zalewski; al 9’, scalpita il palo di Scalvini con un colpo di testa che stropiccia i nervi dei tifosi juventini. Poi, a fine tempo, l’incornata di De Ketelaere e la spettacolare rovesciata di Krstovic ricordano a tutti come si fa il calcio spettacolo — una lezione non pervenuta a Torino.
La Juventus, invece, sembra un malcapitato sistema imballato e confuso, schiacciata dal pressing dell’Atalanta e incapace di costruire una qualsiasi azione degna di nota. Zero tiri in porta e, per non sfigurare, anche le occasioni pericolose si contano sulle dita di una mano di un nano. Un primo tempo da lasciare pentiti persino gli ultras più ottimisti.
Poi arriva il miracolo della ripresa. Al 3’, Conceiçao fa un break verso il fondo, poi arriva l’assist di Holm verso il cuore dell’area. Ed è qui che il pasticcio allucinante di Carnesecchi e Djimsiti spalanca la porta a Boga — un ex che ormai pochi sorprese riserva a chi, pure, se lo era scordato. Il suo quarto gol in bianconero porta ovviamente il sorriso godurioso di Ottolini, il direttore sportivo che già pensa al jackpot degli acquisti di gennaio. Indovinate un po’? Quel “provvidenziale” colpo di fortuna che in pochi si aspettavano.
Il resto è solo la farsa consueta: Di Gregorio para un tentativo di Djimsiti, Thuram spreca clamorosamente, e poi c’è la solita (ma sempre apprezzata) simulazione atalantina con un tocco di mano in area di Gatti che, sfortunatamente per loro, non convince nessuno tranne che i diretti interessati. Finisce così, con un rocambolesco 0-1, una partita in cui la Juventus, ancora incredula, si concede il lusso di festeggiare come se avesse appena vinto la Champions League. Paghiamo dazio allo spettacolo del nulla, con la malinconica consapevolezza che a Torino, per ora, va benissimo così.



