Tra minacce di crisi di prezzo negli USA e la necessità di rimpiazzare quegli altisonanti medicinali da miliardi di dollari in scadenza, AstraZeneca si è lanciata a capofitto. Con investimenti faraonici in Cina e una collaborazione strategica con una biotech locale per farmaci dimagranti, la società dimostra chiaramente che la definizione di “bilanciamento” ha assunto contorni ironicamente ambigui.
L’annuncio arriva proprio appena prima della quotazione sulle piazze newyorchesi, accompagnato dalla promessa di un investimento da 50 miliardi negli States per abolire i tariffe USA sui farmaci. Insomma, si potrebbe quasi dire che AstraZeneca stia provando a corteggiare contemporaneamente due amanti di cui non vuole ingelosire nessuno, ma la commedia del potere globale spesso preferisce il dramma.
Un matrimonio ideale tra investimenti e contraddizioni
La notizia che ha fatto sobbalzare gli analisti è il piano di investimenti da 15 miliardi di dollari in Cina entro il 2030, destinati a potenziare sia la produzione che la ricerca e sviluppo. Tutto questo mentre Keir Starmer, il primo Primo Ministro britannico a mettere piede in Cina dopo otto anni, stringeva mani e stipulava accordi. Evidentemente il business farmaceutico è la chiave d’oro per migliorare relazioni diplomatiche e mostrare che “la Cina offre innovazione al mondo”.
Non si è fatta attendere, poi, la collaborazione con la biotech CSPC Pharmaceuticals di Hong Kong per un portfolio di farmaci anti-obesità, con un contratto che prevede un pagamento iniziale di 1,2 miliardi di dollari e potenziali premi per 17,3 miliardi su target di vendita e regolatori. A quanto pare, però, anche il mercato azionario ha deciso di fare la sua parte, punendo CSPC con un calo del 10,2% al momento dell’annuncio. La perla brillante della speculazione finanziaria, insomma.
Vogliono farci credere che questo doppio approccio sia una strategia limpida e coerente, ma la storia delle aziende farmaceutiche insegna che dietro ogni mossa c’è un intricato intreccio di interessi, investigazioni e – perché no – qualche danneggiamento di immagine. Nel 2025, infatti, AstraZeneca si è ritrovata nel mirino delle autorità cinesi per frequenti indagini sugli obblighi doganali non rispettati, come se il controllo fosse una nuova forma di terapia anti-frode.
Rajesh Kumar, esperto HSBC, ha persino ironizzato sull’operazione: “È l’ennesimo modo per dire chiaramente ‘non pensate che ce ne siamo dimenticati, la Cina è fondamentale per noi’”. Tradotto: nonostante qualche grattacapo burocratico, il gigante farmaceutico non può proprio farne a meno.
Due mercati, un solo dilemma: il potere del denaro
Il mercato americano è e rimarrà la gallina dalle uova d’oro per AstraZeneca, tanto che l’anno scorso il gruppo ha deciso di interrompere il proprio programma di azioni depositarie americane per concentrarsi sul listing diretto a Wall Street, mantenendo comunque le quotazioni a Londra e Stoccolma. L’obiettivo? Allargare la platea di investitori, perché tanto più vasto è il pubblico, più facile è far girare i dollari.
Nel frattempo, la Cina, seconda per importanza, è vista come il salvavita per il futuro. Camilla Oxhamre, manager di portafoglio presso Rhenman & Partners, ha commentato senza troppi giri di parole che “la Cina diventerà sempre più centrale, sia in termini di ricavi che di ricerca”. Un modo elegante per dire che, se non avessero questa doppia carriera tra Oriente e Occidente, per il gigante farmaceutico la crisi sarebbe ormai dietro l’angolo.
Ovviamente AstraZeneca non è sola in questa grande fuga verso il sol levante. Altri big farmaceutici, soprattutto con sede a Londra o Chicago, stanno quasi gareggiando per accaparrarsi un pezzo di Cina, dove la spinta per l’innovazione sembra ancora un po’ meno schizofrenica rispetto ai mercati occidentali, ma altrettanto aggressiva nel costruire il futuro dell’industria.
GSK ha firmato un accordo da capogiro con Hengrui Pharma del valore di ben 12 miliardi di dollari a luglio, anche se la maggior parte di questo tesoretto è legata al raggiungimento di complicatissimi traguardi di sviluppo e commercializzazione. In altre parole, un bel gruzzoletto, ma tutto da guadagnare. Da applausi, vero?
La frenesia biotech cinese
Le strabilianti alleanze tra le multinazionali farmaceutiche e le biotech cinesi, come quella tra AstraZeneca e CSPC, sono letteralmente esplose negli ultimi anni. Siamo a 57 accordi solo nel 2025, stando ai dati di Biopharma Dive. Una quantità che farebbe arrossire più di qualche industria occidentale ancora alle prese con vecchie strategie messe alla prova dai tempi moderni.
Gli analisti di PitchBook non perdono occasione per celebrare questo fenomeno, definendolo il risultato di uno sforzo cinese «a lungo termine» volto a salire la scala del valore biotecnologico, passando da facili imitatori a veri protagonisti globali con asset innovativi e distintivi. Insomma, hanno deciso di passare dall’eco al concerto vero e proprio.
Ma c’è di più: proprio mentre la raccolta fondi biotech altrove vacilla e si lecca le ferite, la Cina avanza spedita grazie anche alla rapidità con cui riesce a condurre sperimentazioni cliniche su soggetti umani nella fase iniziale. Ma non è un colpo di fortuna.
Kumar ci racconta che la cosiddetta “fuga di cervelli” è diventata un fenomeno bidirezionale: talenti scientifici cinesi che avevano fatto le valigie e si erano dispersi all’estero ora rientrano a casa, contribuendo in grande stile al rilancio della biotecnologia nazionale.
Secondo gli analisti di PitchBook, il settore biofarmaceutico cinese si è reinventato puntando su terapie di nuova generazione supportate da un’infrastruttura di sperimentazione clinica ultra efficiente, il tutto per mitigare i rischi associati a questi asset. Che tradotto significa: se si fa tutto più in fretta e meno alla c***o di cane, la droga finisce prima sul mercato e con meno intoppi.
Le multinazionali e le aziende biotecnologiche di media dimensione si stanno letteralmente gettando sulla Cina per accaparrarsi nuovi prodotti, sia con megadeal da copertina sia con accordi di licenza più “modesti”. Curiosamente, questa attività si indirizza più verso biologici complessi piuttosto che verso le vecchie e noiose modalità “legacy”.
Il sorpasso imminente?
Un rapporto del Harvard Belfer Center for Science and International Affairs di giugno ha azzardato una previsione quasi da fantascienza: la Cina avrebbe «l’opportunità più concreta» di superare gli Stati Uniti nel campo della biotecnologia e questo potrebbe «spostare rapidamente gli equilibri di potere globali». Wow, ci si prepara dunque a un cambio di guardia con tanto di inseguimenti a Bollywood?
Naturalmente, proprio verso la fine del 2025 gli investimenti nel settore biotech americano hanno mostrato un robusto rimbalzo, quasi a dire: “Non ci arrendiamo così facilmente!”.
Kumar ci ricorda con quella calma olimpica che ci vuole sempre innovazione da entrambe le sponde dell’oceano. Perché, ovviamente, il mondo non rimane fermo a guardare: «La Cina stava inseguendo gli Stati Uniti, ora gli Stati Uniti rilanceranno con vigore». Una favola infinita che si ripete da decenni, ma senza mai stancare i protagonisti (e gli spettatori).



