«Stanotte, verso le quattro, gli ho dato da mangiare. Ha succhiato senza battere ciglio. Sembrava tutto normale, mica potevo immaginare il dramma». Apostrofi di una giovane mamma di origini ungheresi, H.M., che la mattina del 6 dicembre 2023 si è trovata a improvvisare una giustificazione degna di un romanzo giallo, dopo che gli assistenti della comunità «Il Mughetto» di Castello D’Annone hanno scoperto suo figlioletto di soli dieci giorni in uno stato che definire “semi incosciente” è un complimento.
Il piccolo, come fosse precipitato in un sonno da cui mai si sarebbe risvegliato, non piangeva, non cercava il latte. Portato d’urgenza in ospedale, all’esame dei medici è emerso il colpo di scena da manuale: «Stato soporoso indotto dalla sindrome del bambino scosso». Traduzione: la madre, nel forsennato tentativo di far cessare il pianto del neonato, lo avrebbe scosso violentemente fino a causargli una lesione cerebrale.
Ovviamente, la fortuna è stata poca: la donna è finita sotto inchiesta con l’accusa di lesioni gravissime.
Ecco che arriva il tribunale di Asti, che in un atto di misericordiosa clemenza ha condannato la giovane mamma, con rito abbreviato e davanti al giudice Silvia Dunn, a due anni di reclusione, un’inezia rispetto ai sette anni chiesti dal pm Stefano Cotti considerando la gravità dell’accaduto. Naturalmente, la difesa ha sbrigato la faccenda grazie ai misteriosi bilanciamenti di pena previsti dalla legge.
Per il piccolo, invece, nessuna speranza, se non una vita vegetativa, un’esistenza relegata alle macchine e a un’infinita serie di cure che forse sono più una tortura che una salvezza.
La terribile “sindrome del bambino scosso”: una favola oscura
Nei manuali inglesi questa tragedia prende il nome perfetto di «shaken baby syndrome». Una forma di maltrattamento neonatale che, tanto per aggiungere un tocco di drammaticità, può condurre alla morte. La povera donna, residente in Liguria, era ospite della comunità esattamente per questo: vittima a sua volta di maltrattamenti da parte del compagno, era stata lì rifugiata, lontana dalle violenze e protetta da un luogo nascosto. Nella fuga dalla sua travagliata vita, si ritrovava con due bambini, il più piccolo fresco di nascita, senza quasi alcun supporto oltre agli educatori della struttura.
Nessuna fiaba di principi o salvezza, solo una stanza fredda con un neonato da allattare e un destino segnato da stress, dolore e solitudine.
La consulenza legale: la perizia che inchioda
Il colpo fatale, stando all’inchiesta, lo avrebbe inferto la madre la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2023. Il medico legale Silvana Temi ha certificato senza mezzi termini la presenza della sindrome da «bambino scosso». Il bimbo, trattenuto per il tronco, è stato oggetto di un violento scuotimento» durato pochi istanti, ma sufficienti per causare una serie di danni orrendi: un’emorragia subdurale, edema cerebrale e un’emorragia intraretinica, che i medici hanno definito «irreparabili».
Effetti che trascinano il piccolo in una «severa encefalopatia» segnando l’inizio di un’esistenza senza ritorno.
Curiosamente, nella stanza quella notte non c’era anima viva oltre alla madre, il che suona più a solitudine disperata che a malvagità premeditata. Gli investigatori hanno ricostruito una dinamica che definire “da incubo” è un eufemismo: il piccolo pianse, si lamentò e la madre, disperata, lo prese per i fianchi per fermare quel pianto – gesto che si è rivelato fatale.
Stress emotivo, gravidanza complicata e il dramma di una fuga
La perizia psichiatrica di Raffaele Pugliese ha certificato la lucidità mentale della madre al momento dell’evento. E qui arriva il colpo di scena: anche se capace di intendere e volere, la donna stava attraversando notoriamente un momento tutt’altro che facile. Gravidanza complicata, fuga dalle violenze del compagno e la permanente pressione emotiva hanno creato un cocktail micidiale.
Dopo un ricovero iniziale in pediatria, il piccolo è stato trasferito in un centro specializzato di Torino, dedicato a pazienti con patologie cerebrali. Nel frattempo, la mamma non ha più visto il suo bambino.
Più che una storia, sembra un capitolo di un libro nero, un dramma umano al quale si sovrappone la triste ironia della giustizia che stabilisce senza pietà quanto una disperazione possa trasformarsi in tragedia.



