Queste nuove regole, che sembrano uscite da un manuale di contorsionismo giuridico, permetteranno ai singoli paesi d’Europa di applicare la tanto cara nozione di PTS solo a certe condizioni ben precise (perché, naturalmente, chi vuole complicare le cose l’ha fatto alla grande):
1. C’è un “legame” tra il richiedente e il paese terzo, stabilito magari se la famiglia è lì, se il richiedente ci ha vissuto prima, oppure se ci sono legami culturali o linguistici di vario genere.
2. Il richiedente è transitato da quel paese terzo prima di arrivare in UE, e poteva chiedere protezione efficace proprio lì.
3. Esiste qualche tipo di accordo – bilaterale, multilaterale o a livello UE – con quel paese terzo per l’ammissione dei richiedenti asilo.
Un capolavoro di coordinazione internazionale… o quasi
Appena si mette qualcosa su carta tra un paese UE e un paese terzo, ecco che i paesi UE devono prontamente informare la Commissione e gli altri Stati membri, prima che l’accordo entri in vigore o si applichi temporaneamente, prendendo come scadenza quella che arriva prima, ovviamente. Anche il Parlamento Europeo deve essere tenuto al corrente se la questione riguarda il concetto di paese terzo sicuro a livello comunitario. Un’organizzazione impeccabile, non si può dire di no.
Ma non temete, perché i minorenni non accompagnati sono trattati con una delicatezza speciale: loro sono esentati dalle regole dei paesi terzi sicuri quando si parla di accordi bilaterali o altri arrangiamenti con paesi terzi. Che cuore, davvero.
Nel caso (raro) di questioni di sicurezza, si applicheranno le regole già decise sull’accoglienza dei minorenni non accompagnati nell’ambito della procedura d’asilo, comprese le tanto amate procedure accelerate o ai confini. Insomma, per loro vale sempre l’opzione ‘procediamo a tutta velocità’.
Il diritto di restare? Solo se e quando serve davvero
In perfetta linea con la proposta della Commissione, chi fa ricorso contro una decisione di inammissibilità non avrà il diritto automatico di restare nel paese membro dove ha presentato domanda d’asilo, mentre si attende la decisione sull’appello. Ovviamente, perché aspettare con calma quando si può drammatizzare?
Lena Düpont, relatrice della proposta ed esponente del Partito Popolare Europeo dalla Germania, si è concessa una presentazione eloquente del magnifico risultato:
“Con il Regolamento sul Paese Terzo Sicuro rendiamo le politiche migratorie credibili e operative. Come uno degli ultimi tasselli mancanti nel sistema europeo comune di asilo, questo porta la tanto attesa coerenza e offre agli Stati membri la flessibilità necessaria per applicare il concetto in modo efficace e coerente. Vogliamo eliminare gli ostacoli e garantire che le procedure d’asilo, compresi i rientri, siano più veloci, chiare ed efficaci – essenziale per ridurre la migrazione irregolare e aumentare i rimpatri. Vogliamo garantire protezione dove serve, ma non automaticamente nell’UE, se può essere garantita altrove. I cittadini si aspettavano che consegnassimo risultati, e noi li abbiamo consegnati.”
Prossimi passi e un ricco futuro di burocrazia
Ovviamente, il patto è ancora carta straccia fino a quando il Parlamento Europeo e il Consiglio non avranno formalmente approvato il tutto. Solo allora potremo godere di questa nuova meraviglia normativa, che entrerà in vigore ufficialmente dal 12 giugno 2026, in linea con l’applicazione del nuovo Regolamento sulla Procedura d’Asilo (incredibilmente adottato solo lo scorso maggio 2024, oh tempismo!).
È importante sottolineare che applicare il concetto di paese terzo sicuro non è obbligatorio, e – sorpresa, sorpresa – non tutti gli Stati membri si affannano a farlo. Alcuni sembrano preferire la via più tortuosa e complicata, magari per non disturbare troppo la propria immagine.



