«C’è un’altra similitudine tra Apollo 8 e Artemis 2, ma non è né tecnica né spaziale. Riguarda piuttosto il contesto geopolitico.» Così ci illumina l’ex astronauta statunitense Jeffrey Hoffman, astrofisico di professione e ora docente al celebre MIT di Boston, con un curriculum spaziale degno di nota visto che ha riparato con le sue mani il costosissimo Telescopio Spaziale Hubble durante una delle sue cinque missioni con lo Space Shuttle. Alla Pavia Innovation Week, in collegamento mentre tutti noi siamo qui a pontificare, Jeff ha dichiarato con gran lode delle missioni lunari: «Apollo 8 salvò il 1968, un anno infuocato tra tensioni, disordini e conflitti; allo stesso modo, Artemis 2 con la sua spettacolarità e il suo equipaggio straordinario ci infonde ottimismo in tempi non meno complicati.»
Non c’è davvero nulla di più rassicurante in un mondo instabile di una missione spaziale costata miliardi, corredata da immagini mozzafiato e quattro eroi in tuta spaziale. Chi avrebbe mai detto che un viaggio orbitale potesse fungere da panacea sociopolitica? Si vede che la nostra cura contro le crisi è adesso un razzo lanciato oltre la Luna.
Artemis 2: un remake sfarzoso ma non proprio inedito
Artemide, sorella di Apollo nella mitologia greca, si trasforma in cugina ben più moderna in questa epopea tecnologica. La missione Artemis 2 ha infatti rappresentato una sorta di cine-ripresa in alta definizione del leggendario volo Apollo 8 del 1968, ma con qualche paillette in più. L’equipaggio di Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen ha attraversato nuovamente il confine oltre la Terra, ben 53 anni e quattro mesi dopo l’ultima volta, portandoci un passo più vicino alla tanto sbandierata base lunare permanente e chissà, magari a una colonia vera e propria. Non una roba da poco.
Però, non gioite troppo. Se Artemis 2 è l’innocente remake di Apollo 8, Artemis 3 sarà invece l’opening act di un film che ancora deve alzare il sipario: un ritorno in orbita terrestre con l’obiettivo di testare nell’ambiente spaziale con un equipaggio il tanto decantato HLS (Human Landing System), il famigerato mezzo di atterraggio lunare. Peccato che Apollo 9 fosse già bello che in rampa all’epoca di Apollo 8, mentre di Artemis 3 ci balbettano un generico 2027.
E qui arriva il meglio: al momento, mentre i media intonano inni trionfali, la terza missione non ha un equipaggio scelto, né tanto meno ha un HLS. Quel piccolo dettaglio che dovrebbe letteralmente portare gli astronauti sulla superficie lunare, previsto per Artemis 4 nel 2028, tanto per fare un po’ di ordine nel caos dei programmi spaziali. Quindi, signore e signori, stiamo già applaudendo a un ottovolante senza sapere chi lo guiderà e con quali mezzi. Bravi.
E poi, tanto per aggiungere una nota politica, l’ex presidente Trump, che evidentemente non ha perso il gusto dell’auto-celebrazione, ha dichiarato all’equipaggio appena rientrato:
«Congratulazioni al grande e talentuoso equipaggio. Tutto il viaggio è stato spettacolare, l’ammaraggio perfetto e, come presidente degli Stati Uniti, non posso che esserne orgoglioso! Non vedo l’ora di vedervi tutti alla Casa Bianca. Lo rifaremo e poi, prossimo passo, Marte.»
Una vera dichiarazione d’intenti, con tanto di piano temporale chiarissimo che ignora qualsiasi complessità tecnica o burocratica. Tra un selfie alla Casa Bianca e un piano di conquiste su Marte contenuto in un tweet, possiamo stare certi che tutto andrà «perfettamente» come promesso.
Guardando oltre la Luna (e oltre il buon senso)
Naturalmente, non dobbiamo fermarci alla superficie lunare, oh no. La macchina della propaganda spaziale ha già lo sguardo rivolto a Marte, un’altra meta che promette di risolvere tutta una serie di problemi terrestri, dal riscaldamento globale alla disoccupazione. Tutto questo mentre i programmi lunari fatichino a mettere in piedi un atterraggio umano funzionante nei tempi annunciati.
E così, mentre la Terra si dibatte nelle sue solite crisi sociali, economiche e ambientali, noi ci consoleremo con un po’ di rocce lunari e panorami spaziali da cartolina, magari in attesa che venga scelto il pilota per la missione Artemis 3, quello che forse riuscirà a farci atterrare davvero su quella luna di carta chiamata programma spaziale americano.
Forse un po’ troppo ambizioso, se persino Elon Musk ha momentaneamente messo da parte la sua eterna ossessione marziana per dedicarsi alla cara vecchia Luna. Del resto, il CEO di SpaceX ben sa che, se la sua gigante astronave Starship in versione lunare non sbarcherà presto, qualcun altro potrebbe rubargli la scena: niente meno che il modulo lunare Mk-2 della rivale americana Blue Origins, ancora più “pratico” ma pure lui lontano dall’essere pronto.
Due astronavi, due filosofie cosmiche agli antipodi: la mastodontica Starship di Musk, alta quasi 50 metri, in cui gli astronauti dovranno scendere sulla superficie lunare in un ascensore interno, una trovata degna di un film di fantascienza—testata finora solo in studio da NASA e SpaceX. E, ciliegina sulla torta, il rifornimento di carburante richiede una serie infinita di lanci, non meno di 7-8 delle cosiddette astronavi-serbatoio, perché ovviamente una sola missione non può farcela, sarebbe troppo semplice.
Dall’altra parte del ring c’è l’astro-modulettino (perlomeno in confronto) di Blue Origins, che sembra uscito da un déjà-vu nostalgico del vecchio LEM dell’Apollo. Piccolo, pratico, moderno e tecnologico, ma soprattutto equipaggiato con una scaletta per scendere sulla Luna. Anche lui ha bisogno di rifornimenti spaziali, ma sorprendentemente molto meno della megaastronave di Musk. Intanto, NASA si muove prudentemente nel dubbio, decidendo di puntare sull’incertezza e scegliere entrambi i sistemi. Che vinca il migliore? O il più rapido? O semplicemente quello che non farà rimandare Artemis 4 di un altro lustro?
Il futuro sembra più un taxi lunare che una navicella spaziale gigante
Proiettandoci un po’ oltre l’orizzonte, la sognata astronave di SpaceX, una volta operativa, dovrebbe diventare la regina dei viaggi interplanetari. Ma, almeno per ora, il modulo di Blue Origins appare molto più concreto: dopo un test orbitale senza equipaggio in autunno, dovrebbe far scendere gli astronauti sulla Luna in modo pratico e, soprattutto, con una compatibilità impeccabile con la navicella Orion alla quale è costretto a “legarsi” come una coerente appendice.
Chi ha bisogno di un’astronave enorme per fare il semplice tragitto Terra-Luna? Nessuno, grazie. Per quella destinazione, sarà sufficiente una sorta di taxi lunare: una navetta efficiente e disinvolta. Gli altri compiti? Li garantiranno di certo i moduli cargo e quelli automatici, come i moduli MPH dell’agenzia spaziale italiana e Argonaut dell’ESA. Insomma, una frenetica catena di montaggio spaziale che fa sembrare la conquista della Luna una futile corsa a chi arriva prima… con il portafoglio più rifornito.
La Cina non perde tempo (e non soffre di indecisioni)
Nel frattempo, mentre gli americani litigano su chi deve portare l’ascensore lunare, Pechino osserva e sul serio avanza con programmi ben definiti per far sbarcare i propri taikonauti sulla Luna entro il 2030. Senza lungaggini né dubbi ossessivi: è tutto scritto nero su bianco, senza i drammi politici che caratterizzano Washington. Qualche dettaglio sul loro modulo lunare e sui razzi Lunga Marcia 9 e 10 è già trapelato, promettendo sbarchi soprattutto nelle regioni polari lunari, zone che richiedono una precisione e una tecnologia non da poco.
E perché proprio quei poli? Perché c’è del ghiaccio nascosto sotto la superficie, un vero tesoro per la futura economia spaziale e per le basi lunari: acqua per tonnellate, pronta a dissetare esploratori, robot, e perché no, anche qualche turista dello spazio tra qualche decennio.
Quindi, se il progetto Artemis sta ancora arrancando tra ritardi e lanci di prova, la nuova corsa lunare – quella che il vecchio John F. Kennedy battezzò “la nuova frontiera” – si è appena rimessa in moto con un’inedita sfida internazionale. Come ha ricordato il veterano astronauta Hoffman, il successo di Artemis 2 porta un carico di ottimismo, ma più che una pacchia sembra un duro campionato spaziale: nessuno può permettersi una figuraccia su questo campo di gioco.



