Tour Eiffel, mentre l’alta moda si ostina a sfilare senza i suoi due immortali protagonisti, Giorgio Armani e Valentino, assistiamo a un passaggio di testimone che sembra più un commiato teatrale che un vero futuro.
Armani, il “re”, e Valentino, l’“imperatore”, hanno lasciato un vuoto che profuma ancora di gloria e nostalgica grandezza. Oggi però, tra le pieghe di una moda sempre più incline all’apparenza e meno alla sostanza, i loro eredi cercano di mettere insieme i cocci di un’epoca che pare ormai tramontata.
Da Giorgio Armani Privé, l’atmosfera è quella di un debutto tutto sommato dolente: la nipote Silvana – designata dallo zio stesso a guidare le collezioni femminili – presenta una collezione come dire “evolutiva”, cioè un timido tentativo di aprire le porte al futuro mantenendo ben strette le radici di una maison mitologica.
La femminilità qui si veste di fluidità e delicatezza, con un colore che osa poco tra il “greige” stanco e una sorprendente—ma non troppo—tonalità di verde giada mescolata a tocchi di pallido rosa. Il nome della collezione? “Jade”, perché se mai ci fosse stato bisogno di un’ulteriore spiegazione, è “una pietra delicata”. Chissà se il marketing lo ha suggerito o se è solo poesia.
Un’assenza che si sente e si vede
L’apertura è affidata a un tailleur pantalone bianco, con tagli maschili e proporzioni oversized, indossato da una delle muse di Giorgio Armani, la modella Agnese Zogla. Niente brillanti, nemmeno i cappellini che un tempo erano quasi un marchio di fabbrica di Privé. Solo un ventaglio ricamato, come fosse un ultimo sussurro d’eleganza.
La collezione si riduce a 60 pezzi, contro i consueti 90 del “maestro”. Un rilassamento quantitativo che si traduce in una sorta di minimalismo raffinato, il tutto condito da abiti a colonna, tuniche lunghe che si aprono su pantaloni, stoffe leggere come seta, organza e cadì, impreziosite da cristalli e ricami floreali o lanternette cinesi, perché l’oriente va sempre di moda, anche senza effetti speciali.
Silvana Armani dice, con quella dose di presunta umiltà che si conviene: “Ho voluto una collezione che tutte potessero indossare, semplice ma ricca, fluida, con colori insoliti e più pantaloni a differenza dello zio che preferiva i vestiti. Ho pensato al comfort, niente corsetti, niente ‘imbavagliamenti’ estetici”.
Tradotto: la nuova regina dell’etichetta è più asciutta e meno decorativa, e naturalmente sa che lo “zio” dall’alto la osserverà benevolo e approvante.
Ovviamente, in questa parata a metà tra tribute e scommessa, Silvana non manca di evocare il fantasma del “re” e i suoi leggendari amori.
Chiusura dedicata a un abito da sposa disegnato dallo stesso Armani, che non era mai stato svelato perché troppo “in contrasto” con il tema nero dell’ultima collezione. Il risultato? Una meraviglia di chiffon e ricami, portata ancora dalla modella Agnese, velata come in un rito che segna un passaggio di potere in mondovisione: il sovrano muore, lunga vita alla regina.
Valentino: nostalgici giochi di tempo e di sguardi
Intanto, nella casa del “mitologico” Valentino, Alessandro Michele si cimenta in un’operazione di necromanzia stilistica, scrivendo una lettera al defunto fondatore prima della sfilata. Un’ode che suona un po’ come un mea culpa e un debito inestinguibile:
Alessandro Michele said:
“Valentino è stato per me una figura mitologica, una presenza fondativa, un riferimento ineludibile che continua ad agire come origine e come misura.”
Nonostante la scomparsa di Valentino sia arrivata quando la collezione era già chiusa, nei capi si legge chiaramente il filo invisibile che unisce passato e futuro, tra influenze anni ’20 e un presente sospeso. Il massimalismo colto di Michele – come sempre – stordisce tra rimandi, eccessi e una mise en scène degna di un museo delle curiosità, facendo tornare alla ribalta un antico strumento ottocentesco chiamato Kaiserpanorama, una “scatola magica” per godere di immagini in movimento. Più vintage di così si muore.
Lo sguardo è il vero protagonista, singolo e plurale nello stesso istante – come a dire: guardiamo tutti insieme, ma da prospettive diverse.
Alessandro Michele spiega:
“In un presente dominato dalla simultaneità dello sguardo, dalla sovraesposizione mediatica e dalla fruizione rapida, l’Haute Couture vuole e deve invece offrire una visione fatta di lentezza e concentrazione.”
In altri termini, nel mondo della moda come in quello della pazienza, la lentezza viene spacciata per virtù, mentre l’eccesso torna a essere sinonimo di grandezza: si ritorna a quei tempi in cui le dive erano inscalfibili divinità scese in passerella, e non semplici influencer passate al filtro Photoshop.
Il rosso Valentino, infine, torna a essere il “rosso paradiso”, non per i santi ma per chi sogna che il lusso non sia solo incubo di sostenibilità e accessibilità, ma un regno in cui spiccare, anche solo per un attimo.
Insomma, nelle stanze della moda italiana, mentre si celebra tra rimpianti e sussulti il lascito di due giganti, il futuro sembra un mix sgangherato tra rispetto ossequioso e timida esigenza di rinnovamento. Ma senza troppo sconvolgere l’ordine delle cose, perché non si sa mai: il pubblico, si sa, adora la nostalgia ben confezionata.

