Antonio Tajani, vicepremier e ministro degli Esteri, ci ricorda come la politica non si stanchi mai di pestare quel dolce tasto della riforma della giustizia, una vera e propria ossessione per il suo partito, Forza Italia. Una riforma che, ci tiene a sottolineare, serve a mettere la “giustizia al servizio dei cittadini”. Per chi non avesse seguito, stiamo parlando di una delle bandiere più agguerrite del centrodestra, quella della separazione delle carriere in magistratura, un tema che martedì approderà in Senato come se non avessimo altro di meglio da fare.
E mentre il caso Open Arms e l’inchiesta di Milano animano il dibattito – anche se non hanno nulla a che vedere con il centrodestra, ma lasciamo perdere i dettagli – Tajani suggerisce una suggestione così gustosa da farti dubitare della coincidenza: la riforma giustizialista viene discussa proprio mentre esplodono o riaprono nuovi processi. Che caso fortuito, vero? Naturalmente, lui non vuole credere a questi sinistri complotti “ad orologeria”. No, no, la riforma è solo la ciliegina del programma elettorale con cui hanno vinto le elezioni. Perché, probabilmente, noi cittadini aspettavamo solo questo, dimenticandoci di tutte le altre “priorità”.
Fa sorridere poi la solita difesa della riforma, che – secondo Tajani – non dovrebbe inquietare i magistrati. Insomma, la riforma “mette sullo stesso piano accusa e difesa ed esalta il ruolo del giudice terzo”. Peccato che questo importante concetto fosse già quasi un secolo fa nelle idee di Giovanni Falcone, ovvero che chi accusa non dovrebbe lavorare gomito a gomito con chi giudica. Non sicuramente una novità, ma è sempre bello ripeterlo come se ne fosse stata una scoperta recente e assoluta verità. Aggiungiamo anche il tentativo di abolire quelle “correnti” che da sempre governano il Consiglio Superiore della Magistratura, cosa descritta come “sacrosanta”, perché evidentemente ogni tentativo di mettere in discussione vecchie consorterie è degno di lode… almeno a parole.
Un momento, però: i giudici non dovrebbero avere opinioni? Con tono da “padre severo”, Tajani ci racconta la storia familiare degna di un romanzo militare, sottolineando come nessuno in famiglia abbia mai saputo cosa votasse suo padre militare. Moralismo spicciolo a parte, suggerisce che chi ha “incarichi al servizio della collettività” dovrebbe astenersi dal manifestare opinioni politiche. Una visione davvero originale del ruolo della magistratura, come se fosse composta da robot. E se vi state chiedendo come ci si immagina carabinieri o finanzieri esprimere la loro fede politica, beh, non vi aspettate niente di meno che un silenzio assoluto. E per non farsi mancare nulla, Tajani tiene a sottolineare il suo massimo rispetto per la magistratura, un rispetto forse ereditato da quel lontano parente, Diego Tajani, il primo magistrato antimafia della storia, oltre che ministro della Giustizia con il governo Depretis. Una specie di omaggio storico fuori tempo massimo.
Infine, quel dettaglio squisito che nessuno può tralasciare: l’elezione. Tajani sembra pentito che non si possa rinunciare all’elezione, o forse si sta chiedendo quanto potere lasciare ai magistrati di esprimersi liberamente. Ma su questo punto, naturalmente, preferisce lasciare un velo di ambiguità, perfettamente in tema con il resto della discussione.
Ah, il glorioso Consiglio Superiore della Magistratura (Csm) sorteggiato? Che brillante idea per assicurare al cittadino che i magistrati siano del tutto immuni alla politicizzazione! Certo, perché nulla grida “giustizia imparziale” come affidare tutto al caso, giusto tra i magistrati con i titoli adeguati, così nessuno potrà mai sospettare di un bias politico. E che dire poi delle tanto decantate “porte girevoli”? Pare che, una volta indossata la casacca di un partito, sia vietato tornare a giudicare i poveri mortali. Perché una carriera politica è evidentemente incompatibile con la giustizia, ma il contrario? Quasi un dogma sacro.
Forza Italia propone che dopo un’assoluzione definitiva, le Procure non possano più appellarsi. Nulla di nuovo, visto che questa ipotesi è stata già liquidata per incostituzionalità. Ma, attenzione, fanno finta di non sapere o fingono di non ricordare. Sì, quella famosa sentenza ha bocciato l’inappellabilità perché, guarda caso, non poneva limiti precisi. Già oggi, per i reati che prevedono pene fino a quattro anni, la prima sentenza è definitiva e non impugnabile. Ora il partito suggerisce di ampliare questa porta girevole ad altri reati, salvando dagli “allarmi sociali” – ovvero quelli abbastanza rumorosi da giustificare un secondo turno di giudizio. Geniale equilibrio da manuale di ipocrisia giuridica.
E poi, come ciliegina sulla torta, arriva la discussione sulle dimissioni di Beppe Sala. Dimettersi perché indagato? Per niente, grazie! In puro spirito garantista che fa quasi tenerezza, viene ricordato l’antico mantra “in dubio pro reo”. Questa linea di pensiero spazia dall’incolumità giudiziaria del mitico Berlusconi fino al sindaco meneghino. Critiche politiche? Benissimo, quelle sono un’altra cosa e sono, ça va sans dire, assolutamente necessarie. Ma fermare Milano – capitale economica, ricordiamolo, e già in crisi – no, grazie! Non vogliamo certo che il traffico congestionato e la commistione di affaristi diventino l’unica immagine della città. In pratica, tutto tranne paralizzare la metropoli. E se fosse stato per lui, pure un improbabile “Salva-Milano” sarebbe passato, nonostante l’idea romantica di una Milano pulita e senza traffichini sia più un miraggio che altro.
Nel frattempo, le elezioni del centrodestra rettilineano tra questioni regionali e candidature milanesi, con la promessa di un “patto per Milano” che potrebbe includere persino il simpatico Carlo Calenda. O forse no. Milano rimane un osso duro, si ricorda con ironia il caso del povero Giovanni Toti in Liguria, dove la sinistra – chiara favorita – ha finito per perdere. La morale intrinseca? Politica è spettacolo e, soprattutto, imprevedibilità.
Il centrodestra si riunisce per discutere candidati regionali e, come al solito, la tensione con la Lega è all’ordine del giorno. Tranquilli, è tutto fisiologico: battute enfatizzate, spazi politici diversi che si trasformano in una risorsa e, soprattutto, la sensazione rassicurante di un’alleanza sopravvissuta a trent’anni di risse e litigi. Solidarietà personale a Matteo Salvini? Naturalmente, perché ogni tanto bisogna mostrare unità, anche quando il ring si fa duro.
E infine, il bilancio di mezza legislatura di Forza Italia: un sorprendente invito agli italiani a ricordare che il centro esiste ancora – indovinate un po’? Si chiama Forza Italia. La scomparsa di Silvio Berlusconi? Un piccolo fastidio, una specie di “choc”, ma niente disperazione: il partito si è subito rimboccato le maniche, costruendo una nuova forza centrista che abbraccia addirittura “Noi moderati” e l’ultra-minoritaria Svp. Con ben 150 mila iscritti (che per loro sono un esercito temibile) e più di mille congressi, dimostrano tutta la loro vitalità. Ovviamente, senza il leader che risolveva i problemi, hanno puntato tutto sui territori; perché, sì, il proporzionale è la loro croce e delizia. E, giusto per mandare un messaggio chiaro, mantengono “ottimi rapporti” con la famiglia Berlusconi, che, immancabilmente, fornisce sostegno costante. Doppio grazie per il patto di sangue che mantiene vivo tutto questo, nonostante tutto.


