Non c’è niente come la sventura a ricordarci che anche gli intellettuali più celebrati arrivano al capolinea. È morto oggi, all’età di 83 anni, il celebre scrittore portoghese António Lobo Antunes. Nato a Lisbona nel 1942 e figlio di un rinomato neurologo, ha trascorso la vita a mietere premi e candidature (per fortuna mai riuscendo a conquistare il Nobel che pure spesso gli è stato sfiorato).
Tra i pochi autori portoghesi ad avere il privilegio di essere letti e tradotti ovunque, l’uomo si è accaparrato gli onori del Camões nel 2007 – che, giusto per avvalorare la portata dell’impresa, rappresenta il massimo riconoscimento per scrittori in lingua portoghese – più il Premio europeo di letteratura (2001), il Juan Rulfo (2008) e persino il Bottari Lattes Grinzane in Italia nel 2018. Una carriera costellata di medaglie come se fossero noccioline, insomma.
Eppure, dietro tanto zelo letterario, si nasconde una biografia tutt’altro che banale. António Lobo Antunes non era solo scrittore, ma anche laureato in medicina – e non uno qualunque, bensì un medico militare mandato al fronte della guerra in Angola, dove il regime dittatoriale di Lisboa cercava disperatamente di mantenere inchiodati i suoi fragili domini coloniali africani.
Questa esperienza militare traumatica, così piena di fango e sangue, non poteva certo passare inosservata nell’animo e nella penna dello scrittore. È proprio da questa spietata realtà che nasceva la linfa dei suoi romanzi più iconici, a partire dal suo esordio del 1979, “Memoria da elefante”. Un titolo già promettente di memorie lunghe e forse troppo invadenti, come quel pachiderma che non dimentica mai nulla – nemmeno le ferite di guerra.
Da lì, ha continuato con opere ardite e senza compromessi: “In culo al mondo” (per gli intimi “Alla fine del mondo”, tradotto in Italia da Maria José de Lancastre per Einaudi), “Conoscenza dell’inferno” e decine di titoli che suonano come il canto del cigno di un continente che ancora dibatte con le sue eredità coloniali.
Tra questi spiccano “Le navi”, “Trattato delle passioni dell’anima”, “Lo splendore del Portogallo”, “Sopra i fiumi che vanno”, tutti scritti con uno stile che si può tranquillamente definire “espressionista”, uno stile linguisticamente denso, complesso, celebrato da esperti per il suo uso ossessivo di monologhi interiori, flussi di coscienza e un sovrapporsi indefinito di piani narrativi. Insomma, la fiera delle ambiguità stilistiche e delle digressioni intellettualoidi.
Ma come giustamente ricorderà chiunque abbia raccolto il coraggio di sfogliare uno dei suoi libri, non aspettatevi una passeggiata nel parco letterario: i suoi romanzi sono un labirinto di parole intricatissime, dove le emozioni e i pensieri si scontrano e si rincorrono come in una battaglia senza vincitori né vinti. Un po’ come il suo stesso percorso di vita, sospeso tra medicina, guerra, cultura e letteratura.
Una parabola esemplare per chi crede che lo scrittore debba semplicemente riflettere il reale, senza mai perdere l’occasione di soffrire per farlo. Ora, con la sua dipartita, la letteratura europea perde uno dei suoi nomi più ingarbugliati e probabilmente meno accessibili. Ma almeno, quando si tratta di premi, Lobo Antunes poteva dormire sonni tranquilli.



