Ancora a parlare di verde? Il tavolo Unindustria si perde nei meandri degli appalti pubblici ecologici

Ancora a parlare di verde? Il tavolo Unindustria si perde nei meandri degli appalti pubblici ecologici
Unindustria. Un nome che suona a festa, ma che, a ben vedere, riunisce semplicemente quei meravigliosi soggetti che gestiscono la gara e quelli che vorrebbero vincerla. Insomma, tutta la crème della trasparenza territoriale.

Questa brillante riunione si è proposta come un illuminato momento per parlare dei tanto sbandierati CAM, i cosiddetti Criteri Ambientali Minimi, che dovrebbero magicamente far diventare gli appalti delle impavide opere di ecologia e sostenibilità. Un’occasione per tessere nuovi legami tra amministratori e operatori economici – quella miscela magica che da sempre garantisce montagne di trasparenza e assenza di favoritismi, o almeno così ci dicono.

Naturalmente, il tutto si è rivelato un’occasione perfetta per sviscerare l’applicazione pratica di questi criteri. Perché, si sa, nulla è più semplice dell’applicazione pratica di norme che sembrano scritte per far funzionare un po’ tutto e un po’ niente, evitando accuratamente di disturbare scomodi interessi o ostacolare la macchina dei lavori pubblici.

La favola dei “criteri ambientali minimi”

Ora, mettete da parte il concetto di “minimi” perché in questo contesto suona ironico. Questi criteri sono infatti dei suggerimenti che, nel migliore dei casi, potrebbero far sembrare un appalto meno disastroso per l’ambiente. Il problema è che farli rispettare davvero è una chimera degna di racconti mitologici. Il “minimo” diventa spesso un dettaglio trascurabile nelle pieghe burocratiche e nei meandri delle tangenti – o scusi, “commissioni”.

Ecco perché sedersi a un tavolo con chi appalta da un lato e chi vorrebbe “partecipare” dall’altro è praticamente un genius loci del sistema: tanto fumo sui termini green, ma ben poca sostanza per far sì che l’ambiente se ne accorga davvero. Insomma, un gioco da somari ben orchestrato, per far sembrare le cose più limpide di quanto siano in realtà.

L’incontro e le soluzioni… o quasi

Si è discusso, ovviamente, di come rendere più fluida e snella la sinergia tra enti pubblici e privati, enfatizzando la necessità di procedure “semplificate” per facilitare la partecipazione agli appalti. E chi potrebbe mai essere contrario a migliorare i processi? Peccato che dietro a questa semplicità si celino spesso delle trappole per i meno avvezzi, lasciando spazio ai soliti noti di navigare a vista, o meglio, a “vista green”.

Tra una chiacchiera e l’altra, hanno provato anche a trattare il tema dei controlli, quelle noiose e fastidiose verifiche che magari potrebbero far saltare qualche piano ben strutturato. Ovviamente si sono fatti proclami sull’aumento delle verifiche, ma, si sa, la parola “controllo” è spesso riserva di grandi illusioni.

Alla fine, si è respirato un’aria di grande ottimismo, quella che si respira sempre quando si parla del futuro dei grandi appalti pubblici privati. Il consueto mix di promesse, buone intenzioni e tanta, tantissima retorica pronta a riempire pagine e comunicati stampa. Perché è molto più facile parlare di ambiente che cambiare davvero le cose.

Unindustria, ovviamente, ha presentato tutto come un successo annunciato. D’altronde, IP e PA che si incontrano per parlare di green è un po’ come aspettarsi che un elefante impari a ballare il tiptap: bello da dire, impossibile da vedere.

Insomma, un’ennesima di quelle occasioni dove si parla tanto, si promette molto e si agisce poco. Un vero esempio di come l’apparato delle grandi dichiarazioni ambientali si trasforma in un raffinato gioco di specchi, tanto elegante quanto inutile.

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