Analisti in panico mentre il prezzo del petrolio schizza e lui ride della guerra in Iran

Analisti in panico mentre il prezzo del petrolio schizza e lui ride della guerra in Iran

Ah, le meraviglie del mercato petrolifero: prezzi del greggio alle stelle, guerre che infiammano regioni già bollenti e l’immancabile panico globale tra gli economisti. Siamo davanti a uno scenario da non credere, con un rincaro del petrolio che fa impallidire anche gli speculatori più incalliti, mentre, negli sfondi fumosi di Teheran, tracce di un’escalation militare che minaccia non solo l’economia ma persino la capacità strategica di trasporto energetico mondiale.

Nel nord-ovest della capitale iraniana, after un attacco aereo notturno che ha fatto andare a fuoco il deposito petrolifero di Shahran, donne del Croce Rossa iraniano si trovano accanto a colonne di fumo che sembrano metafore viventi dell’inarrestabile caos che sta travolgendo la regione. E mentre il cielo di Teheran si tinge di grigio, i listini europei e statunitensi si tingono di rosso fuoco per i prezzi del petrolio, che si apprestano a registrare la più brusca impennata giornaliera mai vista.

Futures sul Brent con consegna a maggio si sono catapultati a un impressionante +12,8%, toccando punte da capogiro di quasi 120 dollari al barile. Il più patriottico West Texas Intermediate (WTI), invece, ha flirtato con cifre simili, salendo fino quasi a 119,5 dollari al barile. Non è un errore di battitura o un titolo sensazionalistico: stiamo parlando di valori rievocativi dei tempi in cui il greggio era roba da film catastrofici e non da quotidiano economico globale.

Come ciliegina sulla torta, Neil Atkinson, l’ex capo del settore petrolifero all’Agenzia Internazionale dell’Energia, si è preso il lusso di spavalderia tipico degli insider del mercato dichiarando che la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz è un evento mai registrato prima nella storia dei mercati energetici. Traduzione? Stiamo entrando nel bel mezzo di una crisi energetica che farà sembrare quella del ’73 un picnic in famiglia.

Ci si potrebbe dunque chiedere se questa impennata di prezzo sia solo l’inizio di uno sfracello globale. Beh, Atkinson non si trattiene ed è sinceramente preoccupato: con Iraq e Kuwait già a corto di petrolio e la prospettiva che Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita seguano la stessa sorte, si rischia la fine dei giochi per il mercato degli idrocarburi.

Lungo lo Stretto di Hormuz, crocevia vitale attraverso cui passa circa un quinto di tutto il petrolio e gas del pianeta, il traffico navale è praticamente fermo da quando la guerra ha cominciato a infuriare. Sembra quasi che qualcuno abbia deciso che non basta solo un embargo o tensioni politiche: qui si vuole proprio vedere quanto durerà l’apocalisse energetica.

Emergenza G7: si riuniranno a quanto pare… per parlarne

Proprio quando si pensava che le cose non potessero peggiorare, arriva la bellissima notizia: i ministri delle finanze del G7, cioè quei geni della lampada che dovrebbero governare gli equilibri economici mondiali, hanno deciso di organizzare un meeting d’emergenza. Obiettivo? Discutere la “possibile” rilascio congiunto di riserve petrolifere, in coordinamento con l’Agenzia Internazionale dell’Energia. Applausi per la prontezza e l’efficacia dell’azione preventiva, vero?

A dire il vero, lo scenario è sempre più drammatico anche se qualcuno si aggrappa a vecchie illusioni. Tyler Goodspeed, capo economista della ExxonMobil, ha ricordato che fino a poco fa il consenso era più o meno questo: “Tutti, tranne la Russia, vogliono che il traffico nello Stretto riprenda normalmente”.

However, la realtà, secondo il buon Goodspeed, è molto meno rosa e fiori: con la guerra che entra nella sua seconda settimana, la probabilità che il blocco continui più a lungo del previsto è molto, ma molto più alta. Una bella notizia per i portafogli di chi vive dall’estrazione del petrolio, una tragedia per tutti gli altri (cioè la maggioranza di noi).

Chi chiude il rubinetto e chi lo minaccia

Gli analisti di Societe Generale non si limitano a fare ipotesi vaghe, ma avvertono che gli stop di produzione prolungati in Medio Oriente non sono un auspicio, ma molto probabilmente la nuova norma. L’Emirati Arabi Uniti sarebbero i prossimi a spegnere il flusso di greggio, magari già nel giro di cinque o sette giorni. Qatar è vulnerabile quanto basta per metterci un po’ di pepe, anche se i suoi volumi non sono proprio roba da far tremare i polsi. Arabia Saudita, invece, si tiene più calma – per ora – ma non illudiamoci troppo: se il blocco allo Stretto di Hormuz dura ancora due settimane, anche la corona saudita finirà per arrendersi.

Tradotto in parole povere? Ci stiamo preparando a un tour de force senza precedenti del prezzo del petrolio, in un contesto dove la domanda globale non sembra accorgersi, o non vuole accorgersi, del disastro che sta andando in onda proprio sotto i nostri occhi. Cena romantica a base di benzina a 2 euro al litro, qualcuno?

Ah no, scusate, con questi prezzi probabilmente è meglio consolarsi con una bella camminata verso il lavoro, o magari una bicicletta. Sempre che il gas usato per la fabbricazione della bicicletta non dipenda, invece, da qualche bene prezioso scambiato in quei tentacoli di petrolio chiamati mercati internazionali.

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