Ironia della sorte o strategia ben studiata, nessun militare italiano dell’Aeronautica ha riportato ferite. Chissà se i nostri valorosi avieri hanno apprezzato il gentile messaggio aereo. Nel frattempo, la maggior parte del contingente è stata saggiamente trasferita in Arabia Saudita per far fronte all’ormai normale escalation di tensioni nell’area.
Il drone ostile ha anche scelto di prendersela con un drone Predator della Task Force Air italiana, danneggiandolo con garbo, quasi a dimostrare che lo scontro tecnologico è più che altro una questione di stile e buon gusto bellico.
La solita poesia della sicurezza in Medio Oriente
Gli attacchi senza pilota – pronti a lasciare un messaggio inquietante o forse solo una cartolina elettronica – confermano come la regione resti un grande campo di prova per le tensioni internazionali. E il meglio deve ancora venire, perché spostare le truppe da un punto all’altro per inseguire pace e stabilità – non necessariamente in quest’ordine – è ormai diventato un passatempo istituzionale.
Del resto, che futuro può avere una coalizione che necessita del trasloco dell’80% del contingente per scampare a qualche missile? Sicurezza made in Medioriente, certificata e garantita dagli eventi.
Un drone che prende la mira… sull’alleato
Colpire un drone Predator – fiore all’occhiello della tecnologia militare occidentale – è come prendersela con la propria immagine specchiata: priva di danni fisici, ma certo non senza segni di umiliazione. Del resto, se più del contingente viene spostato di qua e di là per paura di una sospetta escalation, forse è il caso di ammettere che la strategia di deterrenza qui fa acqua da tutte le parti.
L’episodio non solo mette in evidenza l’imprevedibilità del teatro mediorientale, ma rende anche più cristallina l’assurdità di mandare missioni militari senza che esse possano davvero contare su una sicurezza che sia almeno pari al costo degli ingombranti giocattoli volanti impiegati.
Conclusioni? Se così vogliamo chiamarle
Di fatto, l’attacco al drone italiano si trasforma in una cartina tornasole del caos calmo che regna da anni in Medio Oriente. Un’area dove la diplomazia si arrampica sugli specchi e le operazioni militari girano a vuoto tra spostamenti e danni collaterali pressoché inevitabili.
In un mondo reale, responsabile e sensato, forse si dovrebbe rivedere la definizione di “intervento strategico”, perché se la nostra miglior difesa è quella di spostare militari da un campo a un altro e prendere colpi aerei, il tutto confezionato con un esasperante siparietto tecnologico, allora il “progresso” ha davvero una scarsa presa sul senso comune.



