«Come se non bastasse la situazione drammatica, la difesa di Alex Manna, il giovane diciannovenne rinchiuso in carcere dal 7 febbraio con l’accusa di aver causato la morte della sedicenne Zoe Trinchero a Nizza Monferrato, ha pensato bene di chiedere una perizia psichiatrica, come se la tragedia avesse bisogno di un ulteriore scontro tra scienziati del comportamento umano. L’avvocato Rocco Giuseppe Iorianni e la collega Patrizia Gambino sembrano assumere la posizione di detective in cerca della verità tramite esperti, sottintendendo che senza uno studio tecnico dettagliato tutto resterebbe una nebbia impenetrabile.
In risposta all’appello lacerante di Maria Angela Auddino, madre di Zoe, che chiede semplicemente giustizia, il legale del presunto colpevole sembra eludere la questione principale affidandosi a pratiche burocratiche, quasi a voler diluire la responsabilità attraverso la lente psichiatrica. La sacrosanta esigenza di verità viene ridotta a un gioco di perizie e controperizie.
La difesa tra dubbi e perizie
Per il team difensivo, addirittura anche la presunta autoaccusa di Alex dovrebbe essere sottoposta a verifica: l’interrogativo cruciale resta “era capace di intendere e volere in quel momento?”, come se la giustificazione di una mente offuscata potesse calmierare un gesto che ha strappato una giovane vita. Più sorprendente è l’affermazione che «i primi esami peritali non indicano dolo diretto», come se fosse una dolce concessione al fatto che la morte possa pure accadere accidentalmente, tanto vale gettare nel dimenticatoio la premeditazione.
La certezza attuale, a detta della difesa, è una cifra vaga a favore della “preterintenzionalità”: cioè, sì, la morte c’è stata, ma non proprio con l’intenzione directa. O quasi. Una sfumatura giuridica perfetta per addolcire posizioni e ritardare il giudizio netto.
L’avvocato insistente propone anche di risentire amici e conoscenti di Alex e Zoe, come se un’inchiesta complessa potesse essere rianimata con vecchie testimonianze, ripassate come un disco rotto. Ma la chicca ironica arriva quando si analizza la posizione di Alex riguardo il momento in cui il corpo di Zoe è caduto nel Rio Nizza.
Iorianni sottolinea la confusione: «“L’ho lasciata cadere”, ha detto Alex. Ma dov’era quando il corpo è caduto e dov’era quando è stato trovato? E in che condizioni?» A quanto pare, i pezzi del puzzle non combacerebbero più, e la posizione dell’imputato si fa «diversa e affievolita», per usare un eufemismo degno di una telenovela giudiziaria.
Vive o morte: la questione del Rio Nizza
Uno degli argomenti più sottili e, certo, ‘illuminanti’ della difesa è quella che Zoe, nel momento in cui finì nel Rio Nizza, fosse ancora viva. Come se questo dettaglio potesse magicamente trasformare un delitto in un incidente.
Iorianni si spinge anche a mettere in dubbio le iniziali accuse fatte da Alex Manna riguardo a una presunta aggressione da parte di un ragazzo di colore, insinuando che le responsabilità potrebbero essere più diffuse di quanto si dica. Una mossa classicamente strategica per confondere le acque e distrarre l’opinione pubblica, in mezzo alle tante famiglie coinvolte e “anestetizzate dal dolore”, quasi a buttare il peso del lutto sugli altri.
In ogni caso, la triste vicenda si rivela un copione di accuse, controaccuse e tentativi disperati di spostare la narrazione da azioni concrete a perizie psicologiche, ricostruzioni frammentate e testimonianze riciclate.



