Ecco la storia mirabolante di Alberto Trentini, che ha avuto la sventura di passare 423 giorni in una cella a Carcaras, a partire dal 15 novembre 2024, quando è stato “fortunatamente” bloccato dal controspionaggio venezuelano in un posto di blocco che non aveva nulla di ordinario. Ma non temete, ci racconta la sua odissea in esclusiva a “Che tempo che fa”. Ovviamente, il primo pensiero da prigioniero non era una frivolezza ma la profonda riflessione sul fatto di essere una mera merce di scambio, con la consueta paura di finire i suoi giorni ammazzato nel carcere più duro della galassia chiamato El Rodeo.
Alberto Trentini, nato nel 1979, ha un curriculum che farebbe invidia a molti: laurea in Storia moderna a Ca’ Foscari, master tra Liverpool e Leeds sulla sanificazione dell’acqua – sì, esiste anche un master del genere – e una carriera dignitosa da cooperante che lo ha visto transitare tra Perù dopo inondazioni, Ecuador, Paraguay, Bosnia, Etiopia, Nepal, Grecia e persino il Libano. Un vero globetrotter dell’altruismo, insomma. Il suo ultimo incarico prima del grande soggiorno forzato è stato in Venezuela dal 17 ottobre 2024, dove lavorava per Humanity & Inclusion, associazione no-profit per i disabili e fiore all’occhiello degli studi di pace con un Nobel del ’97 – tanto per essere chiari sul blasone.
Che piacere deve essere stato ritrovarsi inghiottito da una cella misera a El Rodeo, due metri per quattro, con una latrina-doccia degna della peggior esperienza “made in third world” e senza neanche la cortesia di parlare con i suoi genitori per ben sei mesi. Un trattamento che fa venire voglia di chiedere un upgrade, magari su Amazon Prime, ma evidentemente là sono abituati a tutt’altra velocità.
La cattura? Un autentico mistero meritevole di un romanzo di spionaggio maldestro: il “controspionaggio” venezuelano ha deciso di fermarlo a un posto di blocco senza un motivo degno di nota, come se fermare un cooperante occidentale fosse la priorità numero uno in tempi di crisi. Forse stavano cercando qualcuno da sacrificare sull’altare della diplomazia internazionale: occorre sempre un capro espiatorio e, perché no, Trentini ha avuto la sfortuna di essere scelto.
La prigionia come monito internazionale (o no)
Non c’è niente di più rassicurante per chi si occupa di diritti umani che leggere storie così: un esperto che sfida le peggiori condizioni umane e viene trattato come una pedina in una partita di scacchi geopolitici. Ma sapete, il mondo è fatto così e le ONG devono solo adattarsi a essere ostaggi silenziosi e dimenticati, mentre i palazzi della politica si scambiano formalità e nulla più.
E così mentre nel 2026 qualcuno continua a parlare di solidarietà e cooperazione internazionale, Alberto Trentini ci fa sapere quanto possa essere divertente trascorrere quasi un anno e mezzo in una cella con meno comfort di un rifugio per animali dimenticato. Ma di certo non mancherà a nessuno, e nemmeno a lui che ora, finalmente libero, può raccontare questa fiaba moderna con una punta di sarcasmo e amara consapevolezza.



