Al Museo Egizio il faraone dello stile torna in passerella con Hieroglam, perché nemmeno le mummie si salvano dal fashionismo kitsch

Al Museo Egizio il faraone dello stile torna in passerella con Hieroglam, perché nemmeno le mummie si salvano dal fashionismo kitsch

Nefertiti, Cleopatra, scarabei sacri, oro scintillante e lapislazzuli misteriosi: da tempi immemori, stilisti e creativi non riescono a staccarsi da questo repertorio di immagini che funziona come il jolly infallibile dei simboli. Al Museo Egizio di Torino, questa ossessione prende la forma di Hieroglam, una mostra visitabile fino al 15 giugno che, udite udite, trasforma l’ancestrale iconografia dei faraoni in una vetrina di mode all’avanguardia. Il tutto in un matrimonio tra giovani designer e antichità archeologiche, perché nulla dice “moderno” come un filtro pietrificato. Il nome del progetto? Un ibrido che unisce “hiero” dal greco hierós, ovvero “sacro”, con “glam” di “glamour”. Praticamente una celebre fusione tra sacralità e bagliore da red carpet. Scelta poetica, immagino.

Tra statue giganti e reperti che già hanno mosso più polvere di quanta se ne vorrebbe, esibiscono le creazioni degli studenti delle sedi di Napoli e Milano dell’Accademia IUAD. Qui amuleti antichi si trasformano in accessori con velleità rituali, armature diventano capi sartoriali, mentre divinità, serpenti, occhi sacri e piramidi – perché ovviamente non poteva mancare la piramide – riemergono riassemblati in abiti scultorei, trame luminose e tessuti stratificati che fanno battere il cuore agli egittologi fashion tragicamente appassionati.

Prendete lo scarabeo Khepri, simbolo della rinascita: da semplice insetto a corpetto in argilla bianca e bijoux che sembrano usciti da un rituale sulla vita eterna. Gonne realizzate seguendo fedelmente la geometria piramidale si intrecciano a fili d’oro, bomber dorati luccicano come fossero fossero appena usciti da una fabbrica di sole, e orli ricamati con geroglifici che fanno pensare che forse, dopo tutto, non serve un diploma in archeologia per apprezzare il valore fashion dell’antico Egitto. Una doppia gonna plissettata in georgette? Certo, disegnata per modellare un motivo architettonico che richiama le piramidi, così per farli felici.

Alcuni outfit invece si lanciano nella drammaticità dei rituali funerari. Una giacca smanicata con collo alto ha più dettagli di una mummia: cristalli che evocano il natron, sale sacro usato per la purificazione, e perle blu che rappresentano i lapislazzuli, quella pietra preziosa che faceva compagnia ai defunti nel loro viaggio nell’aldilà – perché, ovviamente, niente dice stile come un passaporto per l’oltretomba. Il plastron è un’armatura contemporanea fatta di cemento, magari per chi vuole arrivare al lavoro pronto a tutto, abbinata a gonne in lino e cotone che, si spera, abbiano almeno un minimo di comfort umano.

Accanto a questi promettenti talenti, c’è una selezione di pezzi presi dall’Archivio di Ricerca Mazzini. Da Issey Miyake con quel suo iconico abito argentato del 1994 che sembra più un’opera geometrica astratta che un capo d’abbigliamento, a Gianfranco Ferré, Roberto Cavalli e Alexander McQueen, nomi che ricordano come l’Egitto abbia da sempre fatto swoonare il mondo della moda del Novecento e oltre. Una mania iconografica senza fine che da Schiaparelli negli anni Trenta si traduce in gioielli-scarabeo e profumi in flaconi scultorei, passando per Chanel, che ci ha costruito sopra un impero simbolico resistente ai decenni – ciliegina sulla torta, la sfilata Métiers d’Art 2018/19 al Metropolitan Museum di New York, ultima creazione del visionario Karl Lagerfeld.

John Galliano, poi, per Dior si è sbizzarrito trasformando l’iconografia egizia in uno spettacolo barocco e delirante, con richiami alla Valle dei Re, estetiche da cerimonia e sfilate che sembrano riti shamani, giusto con meno fumi e più flash di fotocamere. E come se non bastasse, ci sono le superstar della cultura pop come Madonna, Beyoncé e Lady Gaga, che evidentemente hanno capito che questo immaginario ormai è intramontabile: su palco o passerella, l’Egitto antico è evergreen e fa sempre il botto.

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