Aggressioni di ippopotami il tutorial definitivo per non finire schiacciati dal re del Nilo

Aggressioni di ippopotami il tutorial definitivo per non finire schiacciati dal re del Nilo

Paul Templer stava vivendo la vita perfetta. Trenta anni, guida turistica a tempo pieno nello Zimbabwe, specializzato in safari fotografici, l’essenza del sogno africano.

Dopo qualche anno lontano, compreso un’inutile esperienza nell’esercito britannico, era tornato al suo amato bush africano. “La fauna, la flora, lo spazio infinito – era il mio regno,” diceva con orgoglio. Insomma, il paradiso terrestre, o almeno così sembrava.

Il programma di certificazione per guide turistiche in Zimbabwe era severo, e lui ne andava fiero. Amava mostrare ai turisti i meravigliosi animali selvatici, hippo inclusi, quegli ippopotami territoriali e decisamente poco amichevoli, che popolano la regione.

“Era tutto idilliaco,” ha raccontato a chi voleva sentire. “La vita a tempo pieno era semplicemente perfetta, finché un giorno non ho avuto una giornata davvero… memorabile.”

Correva il lontano sabato 9 marzo 1996, quando un amico divenuto guida per un safari in canoa lungo il fiume Zambesi è stato colpito dalla malaria. Paul, con il tipico altruismo africano, ha deciso di prendere il suo posto. “Conosco quel tratto di fiume come il palmo della mia mano,” si vantava.

L’”esplorazione” comprendeva sei clienti (tra cui membri dell’equipaggio Air France e una coppia tedesca), tre apprendisti guide e naturalmente lui. Tre canoe, clienti seduti davanti, guide dietro, più un kayak di sicurezza, perché la sicurezza è sempre una priorità, almeno sulla carta.

Così giù per il mitico Zambesi, fiume peraltro noto per la sua pacifica calma e i simpatici ippopotami affamati. Tutto sembrava procedere al meglio, con tanto divertimento e silenziose osservazioni della natura.

Finché non hanno incontrato un gruppo di circa una dozzina di ippopotami. Niente di fuori dall’ordinario per chi conosce la zona. A distanza, tutto tranquillo. Ma, ovviamente, non potevano mantenere le distanze. Paul cercava manovre evasive, la filosofia era: “Facciamo il giro e restiamo sani e salvi.”

Come capitano della spedizione, la sua canoa era in testa, seguita da altre due canoe e il kayak. Si è infilato in un canale laterale ad aspettare il resto del gruppo. Solo che la terza canoa aveva deciso di prendersela comoda, piuttosto che seguire il percorso previsto. Misteri del bush.

Poi, all’improvviso, un colpo potente scuote l’aria. Paul racconta il momento con enfasi: “Ho visto la coda della canoa catapultata in aria. E Evans, la guida dietro, volare fuori.”

Per qualche miracolo inspiegabile, i clienti rimangono a bordo, mentre Evans si ritrova nella corrente, scivolando pericolosamente verso una mamma ippopotamo e il suo cucciolo, a circa 150 metri di distanza. Questo piccolo dettaglio sembra non turbarlo più di tanto.

Deciso a non sprecare tempo, Paul ordina a uno degli altri guide, Ben, di mettere in salvo i clienti su una roccia centrale dove gli ippopotami, ovviamente, non possono arrampicarsi. Geniale.

Nel frattempo, Paul torna a prendere Evans, con l’intento di avvicinarsi e recuperare il malcapitato. Ma proprio mentre remava verso di lui, si para davanti un’onda a prua degna dei peggiori film di guerra navale.

Quella è la sua versione:

“Era come una torpedine che si avvicinava. Non avevo dubbi: o ippopotamo o coccodrillo gigante. E sapevo anche che se avessi battuto la pagaia sull’acqua…

Immaginate la scena: un uomo, in mezzo a un fiume infestato da bestie pronte a farvi fuori, che pensa bene di fare solo ciò che NON si dovrebbe MAI fare in queste condizioni. Coraggio, incoscienza o semplicemente follia? Sorvoliamo.

Tra ippopotami assassini e guide coraggiose

Le potenti onde generate dagli ippopotami, quei pacifici mammiferi erbivori, possono facilmente ribaltare canoe e trasformare un tranquillo safari in un film horror. Ma chi ha detto che un tour debba essere annoiante?

Le guide di Zimbabwe sono addestrate a sopravvivere, ma evidentemente nessuno ha pensato a un corso intensivo in “Gestione imprevisti ippopotamo”.

Eppure, non si possono non ammirare la dedizione e la prontezza d’animo di questi esploratori del selvaggio, che invece di chiamare i soccorsi o tornare alla civiltà, giocano una specie di “Salva Evans dal mostro fluviale” con tanto di pagaie in mano e mani tremolanti.

Paul Templer, con la sua incoscienza ammirevole, ci ricorda che quando si parla di safari, il vero pericolo non sono solo i pericoli naturali, ma anche chi si mette a fare l’eroe senza un piano.

Tra il mito e la realtà di un ranger improvvisato

Questa storia non solo illumina l’incanto e i rischi del bush africano, ma mette in risalto la patetica tracotanza umana che si crede padrone incontrastato della natura, mentre in realtà è più un ospite puntualmente maldestrato.

Insomma, da una splendida carriera fatta di bellezza e avventure, basta un’onda o un ippopotamo irritato per trasformare tutto in un caos di pagaie, urla e crisi di nervi.

Se avete mai pensato di affidarvi a un safari africano, sappiate che dietro la cartolina idilliaca c’è un mondo di verdetti animaleschi, improvvisazione umana e un pizzico di follia.

Alla fine, Paul e i suoi accoliti sono sopravvissuti per raccontare la leggenda, ma non senza qualche buona dose di… ironia della natura.

Naturalmente, l’idea che un ippopotamo possa inghiottirti fino alla vita è così da film d’azione che quasi ti aspetti di vedere un colpo di scena hollywoodiano. Ma no, è tutto drammaticamente reale. Il nostro intrepido protagonista era lì, a un passo da Evans, cercando di separare la madre e il piccolo ippopotamo. E mentre lui allungava la mano, la scena sembrava quella di un film: dita quasi a toccarsi, fino a quando l’acqua tra loro è esplosa come se qualcuno avesse premuto il tasto “suspense”.

E a quel punto, la realtà ha deciso di sfogare tutta la sua crudeltà: l’oscurità, un silenzio inquietante e una pressione che ti stampa la schiena sul collo del gigante d’acqua, tanto da farti capire in un attimo che sei praticamente nella gola di un ippopotamo. Da vita normale a incubo in meno di un secondo, come un brutto scherzo della natura.

Se vi state chiedendo come diavolo un ippopotamo possa contenere un uomo intero, vi basta considerare che un soggetto adulto può arrivare a misurare fino a 5 metri di lunghezza, più di un metro e mezzo di altezza e superare le 4 tonnellate di peso, come spiega senza sforzi la sacra bibbia naturalistica targata National Geographic.

Non è che siano stati timidi nel dotarsi di armi: la loro bocca può aprirsi fino a 150 gradi, mostrando zanne affilate che sembrano scolpite apposta per spaventare e, perché no, squartare quello che capita. Le loro canini, lunghi fino a 51 centimetri, sono praticamente un invito a starsene alla larga, considerato che la loro forza di morso è tre volte superiore a quella di un leone. E no, non è iperbole: una singola manganellata di girosauro d’acqua potrebbe letteralmente dividervi in due parti.

Ovviamente, questi “simpaticoni” vivono nel cuore dell’Africa subsahariana, più precisamente nelle regioni orientali e meridionali, dove si aggirano placidamente nei fiumi e nei laghi. Perché, si sa, cosa c’è di meglio che una massa enorme e territoriale che passa le giornate a sguazzare? Ah, e nel bel mezzo di questa aliena perfezione, sono persino arrivati a colonizzare la Colombia, tutti grazie al favoloso contributo del narcotrafficante Pablo Escobar e il suo zoo privato che, tra un elefante e l’altro, ha lasciato fuggire un po’ di ippopotami esotici. Ottima idea, davvero.

Territoriali e aggressivi, gli ippopotami non accettano mica ospiti indesiderati. Qualche leone, qualche iena o persino qualche coccodrillo si sono scontrati con questi massicci custodi dell’acqua e ne han pagato il prezzo. Spoiler: non è andata bene né per gli ospiti né per l’ospite indesiderato.

E per chi pensasse che tutto questo teatro sia solo un pericolo per animali meno forti o distratti, ecco una notizia. Gli ippopotami sono tra i maggiori killer nel regno animale quando si tratta di umani. Cinquecento morti l’anno? Non si sa esattamente: le statistiche si perdono nei meandri delle remote zone dove gli attacchi hanno luogo – e dove la notizia non arriva mai. Ma è un dato assodato che, se incontri un ippopotamo con cattive intenzioni, la tua giornata peggiorerà notevolmente.

Rebecca Lewison, ecologa della conservazione e professoressa associata alla San Diego State University, commenta con la sua tipica diplomazia:

“Non sono sicura da dove sia partita la voce che gli ippopotami uccidano più persone di qualsiasi altro animale, ma… non esistono dati affidabili o autorità che confermino questa leggenda urbana. La gente resta sorpresa perché gli ippopotami sembrano lenti e passano molto tempo in acqua. Ci sono interazioni non fatali, ma chi ci si mette di mezzo, di solito, non ne esce bene, né l’uomo né l’ippopotamo.”

Per non lasciare dubbi, ecco il parere di un’autorità ancora più grande, il dottor Philip Muruthi, capo scienziato e vicepresidente della conservazione delle specie presso l’African Wildlife Foundation. Ma, attenzione, niente statistiche da paura qui, solo una realtà crudele: l’ippopotamo non è il tenerone che l’immaginario collettivo vorrebbe farci credere.

Il Re inaspettato della natura selvaggia

Insomma, mentre tutti sognano la grazia del delfino o l’eleganza di un ghepardo, l’ippopotamo si afferma come il vero sovrano della fauna africana poco amichevole. Un vero colosso che se la prende con tutto ciò che intralcia il suo regno d’acqua, umani inclusi. Se cercate una creatura docile e graziosa, non è il caso di andare a cercarla tra gli ippopotami. Al contrario, lui vi ricorderà presto chi comanda, magari con un morso… o qualcosa di peggio.

Un’analisi piuttosto peculiare ha però azzardato che le probabilità di sopravvivenza a un attacco di ippopotamo oscillano tra il 13% e il 71%, livelli decisamente peggiori rispetto alle “mitiche” percentuali di sopravvivenza al morso di un orso grizzly (95,2%), a un attacco di squali (77,3%) o di coccodrilli (75%). Chissà se l’ippopotamo è meno simpatico solo perché più realistico nei suoi intenti omicidi.

Insomma, se ti capita di imbatterti in un ippopotamo in modalità predatore, la tua vita non è esattamente un’assicurazione sulla vita. Paul Templer, la nostra fortunella di turno, sta ancora cercando di capire come si è ritrovato in bocca a un colosso del genere, letteralmente. Probabilmente si è infilato talmente in profondità da risultare spiacevole anche per il gigantesco mammifero, che alla fine l’ha sputato fuori come una gomma da masticare usata.

Templer racconta:

“Sono uscito di corsa, ho preso una bella boccata d’aria fresca e mi sono ritrovato faccia a faccia con Evans, la guida che stavo cercando di salvare. Gli ho detto: ‘Dobbiamo levare il disturbo da qui!’”

Ma il dramma non è certo finito con la fuga, anzi. Evans si ritrova nei guai seri, e Templer, nel tentativo di intervenire, si ritrova ancora una volta fino alla vita dentro la bocca del colossale ippopotamo. Questa volta, però, le zampe sono imprigionate mentre le mani restano libere, una variante decisamente più scomoda nella situazione.

Con il braccio intento a cercare la pistola (inutile dire che il caos rende impossibile afferrarla), Templer viene scartato dall’animale, che si rivelerà essere un maschio adulto, niente affatto in vena di scherzare. E così, viene sputato per la seconda volta, come fossero chicchi di popcorn finiti male.

Templer riemerge, si guarda intorno, ma né traccia di Evans. Forse l’amico è salvo? O magari è già diventato un boccone? Comunque, il nostro eroe ci prova a scappare, nuotando a fatica.

Prosegue il racconto:

“Nuotavo bene, prendevo respiro ogni tanto e improvvisamente vedo spuntare sotto il mio braccio un ippopotamo che carica a bocca spalancata pronto a centrarmi in pieno.”

Questa volta Templer finisce di traverso nella bocca dell’ippopotamo, con le gambe che penzolano da un lato e la testa e le spalle dall’altro. Un’attrazione turistica sicuramente da evitare, se non si vuole finire come un peluche lacerato da un cane inferocito.

Templer descrive ancora l’inferno:

“E poi lui impazzisce… Quando gli ippopotami combattono, lo fanno per spaccare e distruggere completamente ciò che attaccano.”

Il poveretto racconta che tutto sembrava procedere al rallentatore, quasi fosse un film in slow motion. Poteva solo trattenere il respiro sott’acqua e aggrapparsi ai denti dell’animale come una disperata ancora di salvezza.

Uno dei turisti assisteva alla scena inorridito, paragonando la scena a “un cane feroce che cerca di fare a pezzi una bambola di pezza”.

L’attacco? Circa tre minuti e mezzo di pura suspense da film di sopravvivenza.

Nel frattempo, il giovane apprendista guida di nome Mack, in un kayak di sicurezza, si erge a miracoloso salvatore. Tra coraggio incredibile e rischio di vita non indifferente, riesce a portare la barca a pochi centimetri dalla faccia di Templer, che afferra disperatamente il manico e trova un po’ di salvezza su una roccia vicina.

Naturalmente, l’impresa lascia la spedizione in condizioni più che misere.

Chi viene attaccato e perché

Le vittime preferite degli ippopotami sembrano essere i residenti delle zone vicino ai loro habitat naturali, non i turisti paciosi in giro per vedere animali carini. In effetti, la maggior parte degli attacchi si verifica proprio in acqua, ma anche nei campi dove i bovini a quattro zampe decidono di dilettarsi con i raccolti degli agricoltori.

In pratica, se Rubi, la tua piantagione di mais, attira più attenzione di una star dei social network, preparati a contendersela con un ippopotamo affamato e con poco senso della proprieta privata. Il danno non risparmia nessuno, e la gente del luogo fa ovviamente da bersaglio principale, vittime innocenti della crescita demografica incontrollata dell’Africa, che rende la convivenza tra specie decisamente meno pacifica.

Insomma, se speravi in un safari tranquillo, ti conviene rivedere i tuoi piani. Perché quando un ippopotamo decide che vuoi diventare il suo pasto, non c’è turista o guida che tenga, né pistola o kayak che ti salvi.

Dennis Muruthi, ovviamente un esperto, ci ricorda che “gli ippopotami sono fondamentali ingegneri dell’ecosistema nelle zone d’acqua dolce dove vivono. Riciclano nutrienti grazie ai loro escrementi – perché, nota bene, ingurgitano enormi quantità di vegetazione.” Tradotto: sono una sorta di “funghi” viventi, ma con zanne.

Lewison invece fa una precisazione quasi filosofica: “Gli ippopotami non attaccano per mangiare gli umani, ma solo per scacciarli.” In parole povere, non sono dei carnivori assetati di sangue, semplicemente loro vogliono starsene in pace e, se li disturbi, ti spediscono volentieri a quel paese.

Intrappolati tra la roccia e l’acqua: il dolce dilemma

Dunque, torniamo sull’improbabile scena di un masso in mezzo al Zambesi. Templer, nella sua brillante lucidità, chiede a Mack dove cavolo sia finito Evans. Mack risponde con la saggezza di chi ha accettato il peggio: “Se n’è andato, amico, proprio sparito.”

Animato dal dovere di eroe mediocre, Templer capisce che serve un piano per evacuare il gruppo dal microscopico promontorio galleggiante, però prima bisogna calmare la propria psiche. Complimenti per la gestione dello stress.

Fatto l’inventario della tragedia: un uomo disperso, kit di primo soccorso, radio e arma spariti come per magia, sei clienti in preda al panico, due canoe e un remo a disposizione, più un corpo che sembra quello di un combattente uscito da una rissa da bar. Il suo piede sinistro è ridotto come se gli avessero piantato un trapano e metà braccio è “poltiglia.”

Il sangue che gli esce dalla bocca è un dettaglio particolarmente poco confortante: sembrava che il polmone fosse bucato. Fortunatamente, Mack si improvvisa chirurgo di fortuna, capovolge Templer, nota la voragine nella schiena e la tappa con della pellicola trasparente presa da un pacchetto di snack. La medicina del futuro, evidentemente.

Decisione definitiva di Templer: rischiare il tutto per tutto, uscire da questo hotel a cinque stelle chiamato “Roccia nel mezzo del fiume”.

Lo caricano in canoa, mentre Ben pagaia disperatamente. L’ippopotamo, come un dj testardo, continua a sbattere la canoa. Templer passa dallo status di terrorizzato a uno zen perfetto in quest’odissea sull’acqua.

Descrive la sua esperienza come “un’esperienza spirituale profonda, con una pace incredibile e la consapevolezza che quel momento sarebbe stato la scelta definitiva: morire o sopravvivere? Chiudere gli occhi o ingaggiare battaglia?”

Paul Templer confessa:

“Era così intenso che pensavo sarei morto, e quando non è successo, un po’ avrei voluto.”

Alla fine sceglie di restare; da quel momento in poi, il dolore fa concorrenza al peggiore degli inferni. Talmente forte che, di fronte alla sopravvivenza, quasi preferiva il contrario.

Ben e Templer riescono miracolosamente a uscire dall’acqua, ma senza Evans. Il suo corpo viene ritrovato tre giorni dopo, senza segni di attacco animale. Una morte per annegamento, quindi tutta “colpa di un tragico incidente.” La via elegante per dire “disastro evitabile”.

Nel frattempo, sulla riva, qualcuno si accorge finalmente che qualcosa non quadra in mezzo al fiume e una squadra di soccorso dello Zimbabwe, addestratissima, recupera resto del gruppetto dalle grinfie della natura.

“Ecco il mio bel giorno da ricordare in ufficio,” commenta Templer, con quel sangue freddo che solo gli eroi involontari sanno avere.

Non più nel fiume, ma ancora ben impantanato

Salvato dall’acqua ma non dalla sventura, il viaggio verso l’ospedale più vicino richiede un’odissea di otto ore. In un mese ha subito svariate operazioni, si aspettava di perdere una gamba e entrambe le braccia. Il chirurgo, miracolosamente, non dava grosse speranze.

E invece, oltre a salvarlo, gli preserva le gambe e un braccio. L’altro arto? Perde ogni speranza, finito irrimediabilmente come un pezzo da museo.

La terribile consapevolezza arriva nella terapia intensiva: al risveglio, cerca la sua mano sinistra e scopre che è sparita. “È stato devastante. Ho passato tutta la vita a essere attivo, ed è stato quasi insopportabile.”

Tuttavia, fra uno tsunami emotivo e l’altro, si consola realizzando che il braccio destro e le gambe sono salvi. Il resto? Una montagna russa tra speranza e disperazione.

Ha ricevuto terapia fisica e occupazionale in Zimbawe, per poi proseguire con le cure nel Regno Unito. Dopo di che ha ottenuto una protesi e, come nulla fosse, ha deciso semplicemente di tornare a vivere. Che spirito d’adattamento, vero?

Templer, Muruthi e Lewison sono tutti d’accordo su un punto fondamentale: per evitare guai con gli ippopotami, il viaggio sicuro inizia con un po’ di educazione – ovvero imparare a starle alla larga fin dall’inizio.

Lewison ha sintetizzato il concetto con una semplicità disarmante:

“Gli ippopotami non hanno alcun interesse a confrontarsi con gli esseri umani. Se li eviti, ti lasciano in pace. Non sono cacciatori di uomini.”

Muruthi, sempre pragmatico, suggerisce:

“Non avvicinatevi. Non amano intrusioni… Non sono predatori; se feriscono qualcuno è sempre un incidente.”

Non siete disposti a rinunciare a selfie ravvicinati con questi massicci erbivori? Bene, invece di lanciarvi a capofitto nel loro territorio, fatevi un favore: investite in un buon binocolo e in lenti fotografici teleobiettivo. Magari così eviterete di finire in prima pagina sui giornali con la didascalia “Turista divorato da ippopotamo”.

Le regole d’oro per non finire nelle fauci degli ippopotami

Muruthi passa al punto cruciale delle regole da turista modello:

“Se il cartello dice ‘resta nel veicolo’, per favore, resta nel veicolo. E anche quando sei nel veicolo, non scucire il muso fino all’ippopotamo.”

Inoltre, non camminate lungo i sentieri prediletti dagli ippopotami, rimanete nel gruppo e mai, e dico mai, avvicinatevi da dietro. E un piccolo consiglio da amico: fatevi sentire un po’, specialmente nelle zone notoriamente abitate da questi colossi – così almeno sapranno che ci siete, e magari penseranno di cambiare area.

Muruthi ci spiega anche la routine notturna degli ippopotami:

“Di solito escono dall’acqua tardi la sera o di notte per cercare cibo, quindi evitate di passeggiare ai margini del fiume in quei momenti. E state all’erta durante la stagione secca, quando il cibo scarseggia.”

Capire il linguaggio degli ippopotami arrabbiati (perché sì, ce l’hanno)

Secondo Muruthi, riconoscere i segni di un ippopotamo offeso può salvarti la vita. Quando vedete una di queste bestiacce aprire la bocca in un enorme sbadiglio, state guardando un avvertimento. Così come il classico lancio della testa all’indietro, scuotimenti di testa, grugnii e soffi.

Parola di Muruthi:

“Questi sono segnali inequivocabili: dovreste aver già lasciato la scena da un pezzo!”

Se invece l’ippopotamo ha deciso che sei il suo nuovo passatempo, ricorda una regola aurea: non puoi scappare, perché anche se ti sembrano goffi e lenti, possono correre a 48 chilometri orari. No, non è una battuta.

Il consiglio? Arrampicati su un albero o mettiti qualche ostacolo avanti, un masso o un termitaio saranno perfetti per rallentarli.

Più che ovvio, ma te lo dico lo stesso: non stare mai tra un ippopotamo e l’acqua, altrimenti arriverà la carica selvaggia. E se proprio devi correre, fallo in parallelo al corso d’acqua. Ah, e per favore, mai intromettersi tra una mamma ippopotamo e i suoi piccoli, sarebbe un suicidio.

Se ti trovi in una piccola imbarcazione… buona fortuna

Se l’idea romantica di avvistare ippopotami da una barchetta ti affascina, devi sapere che gli incontri ravvicinati in acqua hanno un discreto potenziale di dramma.

Templer spiega con ironia:

“Se un ippopotamo vuole attaccarti, lo vedrai arrivare da lontano, con l’onda davanti come una nave pirata. Se riesci a schiaffeggiare l’acqua, quello 99,9 volte su 100 si girerà e se ne andrà.”

E se in qualche modo finisci in acqua a causa di un baffuto ippopotamo furioso? Allontanati subito dalla canoa. Quel maledetto vede la barca come una minaccia impossibile da tollerare. Speriamo che tu sappia nuotare, almeno.

Muruthi consiglia di preferire imbarcazioni più grandi per l’avvistamento, perché un ippopotamo non è esattamente famoso per ribaltare barche enormi con facilità.

Chiaramente, diversamente da altri animali selvatici, un attacco di ippopotamo non lascia molte alternative all’essere umano: non c’è strategia, solo disperazione e qualche tentativo disperato di difesa.

Muruthi raccomanda:

“Una volta che ti attaccano, non c’è molto da fare. Lotta per la tua vita e cerca qualsiasi opportunità di fuga. Puoi provare a colpire gli occhi o qualsiasi altra parte sensibile, ma con una testa così grande, buona fortuna.”

Ah, i ippopotami, quelle creature così adorabili da sembrare morbidamente innocue, ma in realtà esperti nel trasformarti in un colabrodo umano con un solo morso—o meglio, con una “pizzicata” da perforatore industriale. La nostra amica Rebecca Lewison non ha dubbi: “Gli ippopotami tendono a fare buchi nel tuo corpo, quindi non c’è molto da fare se ti prendono.” Difficile immaginare un consiglio più incoraggiante, vero?

I consigli di Templer, sopravvissuto a un attacco, offrono un tocco di speranza nell’orrore. “Cercate di non farvi prendere dal panico quando venite trascinati sott’acqua. Ricordate di inspirare aria appena riaffiorate.” Un vero manuale di sopravvivenza da mettere accanto a “Come evitare l’attacco di ippopotamo 101”.

E come dimenticare l’altra eroina sopravvissuta, protagonista di un video di National Geographic? Anche lei ha avuto la geniale intuizione di trattenere il respiro e – udite udite – di afferrare il muso dell’ippopotamo. Uno degli esperti nel video azzarda che questo gesto abbia spiazzato il colosso, inducendolo a rilasciarla. Immagino il povero ippopotamo: “Ehi, aspetta! Cosa stai facendo con il mio muso? Ah, molla quella presa, non lo fare sul serio!”

L’epica discesa e la resilienza dopo l’incontro ravvicinato

A due anni da quell’attacco che avrebbe messo fine a molti, Templer ha guidato una spedizione davvero epica: la discesa più lunga mai registrata del fiume Zambesi, 1.600 miglia (qui andiamo oltre i comuni viaggi di piacere). Tre mesi di avventure per chi ha una gran voglia di viaggiare… o magari di farsi divorare.

Come ha fatto il nostro intrepido a trovare la forza di ricominciare dopo un tale trauma? Dopo una giornata particolarmente spiacevole a destreggiarsi su una sedia a rotelle, il suo chirurgo gli ha offerto una perla di saggezza degna di un guru: “Sei la somma delle tue scelte. Sei esattamente chi, cosa e dove scegli di essere nella vita.” In altre parole, non lamentarti, rimboccati le maniche, e magari evita gli ippopotami.

Templer ha deciso di concentrarsi su quello che ancora poteva fare invece che su ciò che aveva perso. “Se cerchi il possibile, generalmente lo trovi.” Parola di chi ha vissuto per scoprirlo sulla propria pelle.

La sua vita seguirà una parabola degna di Hollywood: si trasferisce negli Stati Uniti, sposa la sorella di un giornalista della spedizione sul Zambesi, scrive un libro intitolato “What’s Left of Me” (“Ciò che resta di me”) e diventa un motivatore. Insomma, un curriculum che spazza via ogni idea di vittimismo.

Il dilemma safari: fuggire o affrontare il gigante?

Ora la domanda da un milione di dollari: dopo aver sentito questo racconto straziante, dovremmo evitare il safari? Specialmente nelle zone con ippopotami? Il biologo Muruthi ha una risposta da brivido: “Andateci, ma con la testa.” Consiglio preziosissimo, vero? Consiglierebbe anche di portare un paracadute, ma per non sembrare troppo catastrofista, si accontenta di ricordarvi di seguire le istruzioni delle guide professioniste.

Per gli appassionati di pygmalione-guida: in Kenya, per esempio, esistono associazioni ufficiali di professionisti del safari per insegnarvi come affrontare al meglio la natura… e i suoi abitanti dal morso fatale. Magari vale la pena seguirli, per non trasformarsi nel prossimo “buco della serratura” degli ippopotami.

Templer definisce il suo attacco un’“anomalia”, come se gli ippopotami normalmente fossero creature gentili e diplomatiche. Non vuole certo che nessuno si faccia intimorire dal suo episodio del 1996, anche se un po’ di sana paura forse non guasterebbe.

Ecco il suo consiglio finale, soffuso di ottimismo e saggezza: “Andate e vivete l’esperienza. Ma assolutamente affidatevi a chi sa il fatto suo. Poi, davvero, buttatevi nell’avventura.” Se non fosse tragico, sarebbe quasi divertente.

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