È solo cartapesta, ma pare che a qualcuno abbia fatto salire la pressione come se si trattasse di un affronto internazionale. A Loano, dopo la prima sfilata del Carnevalöa, si è scatenato un putiferio per un carro partecipante al Palio dei borghi, quello del gruppo Meceti intitolato “C’era una volta l’Africa”. Sì, proprio quello. Ad accendere la miccia è stata la giornalista torinese Bruna Garbero, che ha deciso di scomodare nientemeno che l’accusa di razzismo e ha trovato il tempo di scrivere al sindaco Luca Lettieri per denunciarne la “offesa”.
Parliamo del solito cartapesta post coloniale: africani nudi con anelli al naso, i classici “forchettoni da cannibali”, scimmie e banane, e ovviamente un bianco colonialista a fare da capitano. La giornalista non si è fatta mancare paragoni illustri, citando un caso svizzero dove un carro che derideva i migranti italiani finì per essere denunciato. Ecco, lei adesso minaccia di fare lo stesso qui, se il carro in oggetto non sparirà dalle prossime sfilate.
Luca Lettieri, ovvero il sindaco in questione, ha risposto con la saggezza di chi vede troppe polemiche dove ce ne sarebbe da sorridere: il Carnevale, spiega, è per tradizione allegoria, satira e simbologia, mica un dibattito accademico sul razzismo. Respinge quindi con tutta la sua forza l’idea che la manifestazione abbia ospitato qualcosa di razzista. Anzi, assicura che l’intento non era offendere o discriminare nessuno.
In più, ricorda con orgoglio che la parata si è svolta in un clima di festa, con famiglie e associazioni – addirittura da America Latina –, e che tra i carri c’era anche quello “istituzionale” della Regione Liguria, dedicato ai liguri famosi nel mondo. Tra questi, prosegue il sindaco, spiccava la figura di Cristoforo Colombo, personaggio che nel mondo intero ha ispirato critiche severe e differenti interpretazioni. Dunque, se per quello dovessimo censurare tutto, facciamo prima a chiudere tutto.
Un Carnevale di contraddizioni e ipocrisie
Ah, il Carnevale: dove l’ironia diventa terreno di battaglia e la satira si trasforma in zona minata. Da un lato, chi si straccia le vesti perché un pezzo di cartapesta rappresenta stereotipi che – diciamo la verità – sono stati messi lì proprio per far ridere e provocare. Dall’altro, chi pretende che ogni singola immagine venga analizzata in nome della sensibilità, quasi fosse un manuale di buone pratiche antirazziste. La situazione è tanto assurda quanto prevedibile.
Il sindaco Lettieri ha chiarito la posizione dell’amministrazione, ma la polemica – come spesso accade – non smetterà di alimentare chi cerca uno scandalo dove c’è solo un carro di carnevale un po’ sopra le righe. Intanto, nella tornata di ironie e indignazioni, il vero spirito del Carnevale sembra essersi perso per strada sotto un tappeto di ipocrisie.
In fondo, se ci mettiamo a censurare tutto ciò che può ricordare qualche passo storico poco glorioso, cosa resterà di quelle tradizioni che si ostinano a chiamare “popolari”? Solo il silenzio di chi ha paura di ridere, e forse anche di riflettere sulle contraddizioni che il passato ci ha lasciato – perché la satira, per sua natura, è anche questo: uno specchio impietoso che fa tremare chi non ha ironia o senso critico.



