Addio scontato: quando evitare una tragedia diventa un optional

Addio scontato: quando evitare una tragedia diventa un optional

Il suicidio di Stefano Argentino in carcere, reo confesso dell’omicidio della sua compagna universitaria Sara Campanella, non era affatto un evento inevitabile. Lo sostiene con veemenza il suo avvocato, Giuseppe Cultrera, che ha scritto al Garante dei detenuti reclamando “un intervento immediato” dopo quanto accaduto.

Il 6 agosto Stefano si è tolto la vita impiccandosi nel carcere di Messina Gazzi, un gesto tragico che secondo il suo legale si sarebbe potuto evitare senza troppi sforzi. Questo non è solo un triste episodio con cui fare i conti, ma una palese dimostrazione di una totale miopia organizzativa, lontana anni luce da un reale rispetto delle norme e dell’incolumità del detenuto.

Giuseppe Cultrera non fa sconti: la morte di Stefano non è che l’ultimo esemplare segnale di un sistema che sbaglia clamorosamente i suoi conti quando si tratta di sorveglianza e tutela della vita in carcere. Nei suoi scritti indirizzati al Garante parla apertamente di una “misteriosa” gestione del caso, che ha portato a un fatale errore di valutazione nel sistema di vigilanza.

Nonostante Stefano Argentino fosse imprigionato in regime di media sicurezza, la sua storia era segnata da chiari segnali di fragilità mentale e intenzioni autolesioniste già dal suo ingresso in carcere. Per questo motivo era stato posto sotto massima e alta sorveglianza, misura prontamente e inspiegabilmente ignorata quando, a due settimane dal tragico evento, è stato declassato senza nessun preavviso né coinvolgimento del suo legale.

Il legale si fa beffa della superficialità con cui ben quattro psicologi e uno psichiatra hanno seguito Stefano, apparentemente senza vedere quel “piccolo” dettaglio chiamato imminente rischio suicida. Eppure lui stesso aveva avvertito seduti professionisti della sua intenzione di farla finita. Non solo: aveva anche smesso persino di bere acqua per oltre diciassette giorni consecutivi, un chiaro grido d’allarme ignorato. La procura, a conoscenza di tutto ciò, sembra aver chiuso un occhio o forse entrambi.

Il punto, sottolinea il legale, è semplice e inoppugnabile: legare la libertà personale a una detenzione implica consegnare la vita di un individuo nelle mani dello Stato. Da quel momento, lo Stato diventa unico responsabile, soprattutto quando a soffrire è una persona mentalmente fragile.

Giuseppe Cultrera attacca duramente chi ha autorizzato il declassamento della sorveglianza: una decisione giudicata “madornale e non scusabile” sia sotto il profilo clinico che analitico, che sarà inevitabilmente oggetto di approfondimenti e responsabilità. Da nessuna parte, puntualizza, si può parlare di “causa di forza maggiore” o di “evento imprevedibile”, perché questo suicidio era stato annunciato, invocato e, tristemente, ignorato.

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