Addio al supremo interesse del minore: la grande farsa della giustizia familiare smascherata dalla solita campagna di sensibilizzazione

Addio al supremo interesse del minore: la grande farsa della giustizia familiare smascherata dalla solita campagna di sensibilizzazione

Ah, il cosiddetto supremo interesse del minore, quel sacro mantra declamato come il faro etico e giuridico per ogni decisione che coinvolge la vita di un bambino, soprattutto quando il clima familiare è più teso di una lezione di matematica delle elementari. Peccato che, nella migliore tradizione italiana, questo principio stia diventando la nuova trovata per giustificare decisioni già prese a priori, come un comodo vestito su misura per l’occasione, ma decisamente poco confortevole per chi lo indossa: i figli.

Nel meraviglioso mondo dove il dramma famigliare si trasforma in un business scintillante, il destino dei piccoli assomiglia sempre più a un abbonamento pay-per-view. Più la battaglia dura, più il sistema s’infittisce di consulenze, perizie, incontri protetti e aggiornamenti. E naturalmente, ogni nuova “puntata” vira inevitabilmente verso una nuova fatturazione. Sì, perché il tempo dell’infanzia scorre, ma per chi ha questi interessi, meglio se scorre lento, molto lento.

Davide Vinciprova, il presidente del Movimento Centralità Familiare e Ambasciatore dell’uguaglianza genitoriale, ne è l’apostolo più convinto e denuncia questa comica drammatica: l’allontanamento di un minore da uno dei genitori – nel lessico ufficiale una misura “estrema” e temporanea – nella realtà si trasforma nel sequel infinito di una soap, dove il nucleo familiare salta in aria e viene rimontato come un puzzle impazzito, sotto l’occhio vigile di operatori che più che a ricostruire legami, sembrano banchieri di un conflitto senza fine.

E indovinate un po’? Il papà diventa spesso il cameo umiliante, relegato a sporadici incontri in una nebulosa di restrizioni, mentre la mamma viene automatica mente incoronata unico faro “sicuro”. Non importa se i fatti reali la supportano o meno: la cultura patriarcale ha deciso così, e chi osa discutere, viene spedito direttamente nella categoria “genitore problematico”.

Ma il vero colpo di genio? Il minore, che dovrebbe essere il protagonista assoluto, finisce col diventare un’ombra sbiadita dietro un vetro fumé. La sua voce? Mediata, tradotta e spesso manipolata per alimentare la narrativa del caso, il suo disagio usato come prova fosca, il silenzio interpretato come conferma, la sua sofferenza trasformata in carburante del sistema.

Il supremo interesse del minore, quindi? Invece di proteggere chi dovrebbe, è diventato il timbro ufficiale da apporre a qualsiasi decisione, ovviamente valide anche quando producono nuovi traumi: la perdita di un genitore, la dissoluzione artificiale dei legami familiari, la tragica normalizzazione dell’assenza.

E come in uno di quei contratti capestro che solo pochi osano disdire, ogni proroga resta lì a consolidare il proprio potere. Più il procedimento dura, più sembra giustificare la propria esistenza. Più il genitore escluso protesta, più gli si attacca l’etichetta di “conflittuale”. Più chiede di vedere i figli, più diventa “problema da gestire”. Un vero e proprio circolo vizioso che si autoalimenta, mentre i bambini crescono dentro scenari irreali costruiti da adulti che si vantano di proteggere, ma raramente restituiscono ciò che davvero conta: la continuità affettiva.

Rimettere al centro il vero supremo interesse del minore dovrebbe essere un atto rivoluzionario. Ma siamo onesti, rivoluzionario è il termine più lontano dall’immobilismo che vediamo quotidianamente. Significa sfidare questo sistema parassita, tagliare la spesa inutile, restituire alla famiglia, imperfetta e disfunzionale quanto volete, il ruolo primario di luogo di crescita.

Se l’allontanamento di un minore da uno dei genitori diventasse finalmente il simbolo di un fallimento – non una consuetudine -, allora forse, solo forse, smetteremmo di assistere al delirante spettacolo del dolore venduto a puntate, con conti salatissimi di consulenze e proroghe che non finiscono mai.

Nel frattempo, il 23 dicembre 2025, nel cuore pulsante di qualche città, sarà allestito un corner informativo: un gotha di buona volontà pronto a raccontare uno dei drammi sociali più grotteschi e sottovalutati della nostra epoca. A quando una rivoluzione vera?

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