Ha allenato in cinque Paesi diversi, sfoggiato la conoscenza di ben sei lingue e comandato due Nazionali come se fosse il comandante di un esercito invincibile. Mircea Lucescu non è il nome di un supereroe Marvel, anche se la sua carriera a dir poco epica sembrerebbe renderlo tale. Con 37 trofei conquistati e un insegnamento calcistico che ha privilegiato la tecnica sopra ogni cosa, lui, il signore dei campi, ha scelto di operare sì, ma lontano dalle scintillanti capitali del calcio mondiale, perché ovviamente il fascino è meglio circondarsi di minatori e stadi deserti dove regnano guerre e palestre improvvisate.
La sua epopea si tinge di arancio-nero grazie allo Shakhtar Donetsk, dove è rimasto una dozzina d’anni trasformando quei minatori dimenticati da dio e dai media in un laboratorio di talento brasiliano da far invidia a chiunque osi chiamarsi top club europeo. C’è chi scopre i campioni nel fango, lui pescava giovani verdeoro ancora sconosciuti a tutti, li plasmava come Creta e poi li rivendeva al miglior offerente nel mercato europeo. Da Willian a Fernandinho, passando per Douglas Costa, il suo occhio da falco brasiliano era imbattibile.
Ovviamente, non parliamo solo di calcio ma di un dramma umano-politico, perché Lucescu era al timone proprio quando la Russia ha deciso che il Donbass e tutta l’Ucraina erano le sue nuove zone di guerra. Sock, napalm, bombe e campi distrutti: lui, fedele al mito del condottiero, ha tenuto duro, costringendo la sua squadra a trasferirsi più e più volte in città d’adozione meno imminenti ma comunque calde di tensione. E se pensate che la sua resistenza si sia fermata qui, pensate ancora.
Nel 2022, con l’invasione russa che sfondava anche Kiev, il coraggioso Lucescu continuava a guidare la Dinamo come se nulla fosse, mentre il mondo chiudeva gli occhi per noia o distrazione. Tra un’allerta bomba e una seduta interrotta, ha raggiunto il suo zenith di ironia guerriera quando a Istanbul si è rifiutato di presentarsi alla conferenza stampa dopo che i tifosi locali avevano intonato cori a sostegno del caro amico Putin. Un atto di ribellione forse piccolo, ma significativo, degno di un mito che preferisce il silenzio al servilismo.
Se qualcuno voleva convincersi che Lucescu fosse solo uno dei tanti allenatori bravi con le statistiche, sappia che è stato accostato ai mostri sacri come Alex Ferguson e Pep Guardiola. Anzi, lo stesso Guardiola, in un aneddoto da bar sport di qualità, confessa di essersi ispirato a Lucescu, anche se non si sono mai incontrati sul campo; curiosamente, hanno condiviso la stessa casa, e chissà quante idee sono passate tra quelle mura. Brescia, dopo Pisa (dove Romeo Anconetani si era invaghito del suo talento), è stata la sua seconda patria italiana, un palcoscenico troppo piccolo forse per la sua ambizione.
All’Inter, per breve tempo nella stagione 1998-99, ha guidato un certo Ronaldo e lasciato il segno in Champions League, uscendo solo contro il Manchester United, ma non senza qualche lacrima e rimpianto, visto che la famosa rimonta a San Siro era a portata di mano. L’Italietta è stata però l’unico paese d’Occidente ad apprezzare l’arte di Lucescu, quello stesso che a Brescia ebbe il tempo di scorgere in un giovanissimo Andrea Pirlo qualcosa di più di un semplice talento acerbo.
Quando il povero Luzardi sbraitava per il sedicenne Pirlo che aveva causato il gol avversario nel torneo anglo-italiano, Lucescu rispose con una filosofia degna di un pensatore zen: “Diventerà il miglior centrocampista al mondo, ma bisogna lasciargli sbagliare.” Un manifesto di saggezza che avrebbe risparmiato a molti allenatori italiani la fatica di inventare scuse dopo le disastrose eliminazioni mondiali. Ma non finisce qui.
Un tecnico con la testa in posti diversi
Lucescu non era solo calcio. No, per lui la vita era cultura pura: invitava i suoi giocatori in Romania a frequentare il teatro, a segnare punti anche all’università, perché un orizzonte più ampio serviva a rendere il calcio un’arte. Insomma, mica solo calciare un pallone come pigmei del cortile. Purtroppo, la gloriosa epopea ha avuto un prezzo fisico, con un infarto già nel 2009 e una malattia persistente fino a pochi giorni fa.
E come ogni mito che si rispetti, Mircea Lucescu ha voluto correre fino alla fine, lasciando il letto d’ospedale per guidare la sua amata Romania nei playoff contro la Turchia. “Non posso abbandonare la squadra,” aveva detto, come un comandante che preferisce cadere sul campo con la bandiera in pugno piuttosto che arrendersi. Così, mentre la sua salute cedeva, lui rimaneva lì, nel cuore dello spogliatoio, in equilibrio tra sport e tragedia.
E così se ne vanno le leggende, lasciandoci con l’amaro in bocca di chi avrebbe voluto vederlo ancora una volta trionfare, magari in un mondo più giusto, meno ipocrita e meno distratto dalle mode e dalle apparenze. Ma pazienza, l’eroismo vero non chiede applausi, solo memoria.



