Addio a Mario Adorf, l’attore svizzero che ha tirato le cuoia a 95 anni senza chiedere permesso

Addio a Mario Adorf, l’attore svizzero che ha tirato le cuoia a 95 anni senza chiedere permesso

L’attore svizzero Mario Adorf, un vero camaleonte del grande schermo capace di passare con disinvoltura da temibili boss mafiosi a membri raffinati dell’alta società, fino a poliziotti integerrimi, è spirato mercoledì 8 aprile nel suo appartamento parigino dopo una brevissima malattia, a ben 95 anni. Come se quell’età già non fosse un’impresa titanica, vero?

Considerato uno degli attori più popolari di Germania, il suo manager di lunga data, Michael Stark, ha deciso di annunciare la notizia al settimanale “Der Spiegel”, poi confermata dall’agenzia di stampa tedesca. Insomma, niente battute strappalacrime su Facebook o Twitter, un classico stile old school da divo serio.

Con oltre 200 film tra cinema e televisione alle spalle, Adorf ha navigato nei mari di registi illustri come Sam Peckinpah, Dario Argento, Luigi Comencini, fino ad arrivare a Sergio Corbucci. Perché limitarsi a un solo genere quando puoi spaziare dall’orrido poliziottesco italiano agli spaghetti western, passando per drammi letterari? Ovviamente visitando anche Cinecittà, quella fabbrica di arte e fotoromanzi di qualità.

Nato a Zurigo l’8 settembre 1930 da madre infermiera tedesca e padre chirurgo calabrese – già sposato, che trama originale! – ha debuttato negli anni ‘50 dimostrando subito il suo talento nel ruolo di assassino di donne in “Ordine segreto del III Reich” firmato da Robert Siodmak. Da lì in poi, come spesso accade a chi prende una strada comoda, i ruoli da cattivo gli sono piovuti addosso come coriandoli a Carnevale.

Nel 1963, anno particolarmente fruttuoso, fa parte di “La valle dei lunghi coltelli”, aprendo la strada alla saga western di Old Shatterhand e Winnetou. Nel frattempo, si diverte a lavorare con Antonio Pietrangeli in titoli come “La visita” e “Io la conoscevo bene”. Tra una comparsata e l’altra, lo si vede anche in un horror con “L’uccello dalle piume di cristallo” (1970), ovvero quando Dario Argento decide di farti un regalo cult.

Dal 1972 diventa praticamente un’icona del poliziottesco italiano, con ruoli in capolavori come “Milano calibro 9” e “La mala ordina”, dove addirittura viene doppiato da Stefano Satta Flores, perché un personaggio così tosto meritava una voce all’altezza, ovviamente. La sua presenza si estende anche a film d’autore internazionali, firmati da maître come Edgar Reitz e Billy Wilder. Non male per uno “sconosciuto” Zurighese col sangue calabrese, vero?

Negli anni Ottanta Adorf si mette pure a litigare con Werner Herzog sul set di “Fitzcarraldo”, un classico tira e molla da set che sembra più un film a sé. E come ciliegina sulla torta, rifiuta ruoli in pietre miliari come “Il Padrino” di Francis Ford Coppola e “Il mucchio selvaggio” di Sam Peckinpah. Se non voleva diventare una superstar, ci è riuscito benissimo.

Dalla televisione non è stato da meno, partecipando a sceneggiati popolari come “La piovra 4” e “Fantaghirò”, senza però dimenticare la sua vena teatrale e persino qualche scorribanda da cantante, conduttore, scrittore e doppiatore. Ovviamente ha prestato la voce a un drago in “Dragonheart” versione tedesca perché volare alto è il suo secondo nome.

Nel 2006 il pubblico nostrano tedesco lo ha premiato come secondo attore tedesco di tutti i tempi nella trasmissione “Unsere Besten”, mentre nel 2016 si è portato a casa il Pardo d’onore alla carriera a Locarno. Se non è un modo elegante per dire “abbiamo finito di importi riconoscimenti”, poco ci manca.

Mario Adorf era sposato con l’attrice Lis Verhoeven, con cui ha avuto la figlia Stella, anche lei attrice. Dal 1985 condivideva la vita con Monique Faye, ma teneva a precisare che convivevano fin dagli anni ’60, così, per far capire che l’amore vecchia scuola non muore mai.