Giancarlo ConsonniPolitecnico di Milano, fotografo, pittore e poeta, Consonni incarnava il tipico intellettuale multiforme che pensa di poter infilare tutto in un unico curriculum senza illudersi troppo.
La notizia, ben nascosta dietro l’etichetta di una casa editrice dal nome che non potrebbe essere più ironico, La vita Felice, è stata divulgata con la solennità che si riserva ai grandi maestri che preferivano dialogare con paesaggi e metropoli piuttosto che con i social. Diciotto volumetti pubblicati, perlopiù dedicati alla sua pittura e alla sua poesia, a dimostrazione che quando si parla di arte si può sposare tutto, dalla tela al verso.
Chi era davvero Consonni?
Nato nella piccola enclave di Merate (provincia di Lecco) il 14 gennaio 1943 e cresciuto a Verderio Inferiore fino a spostarsi a Milano nel 1967, Consonni si laurea in architettura nel 1969, come se quel semplice pezzo di carta non raccontasse la vera grandezza delle infinite ore passate a decifrare la trasformazione delle metropoli lombarde. Ovvero, la carriera classica di chi invece di starsene con Netflix a guarda il mondo, decide di studiarlo – e soprattutto di provare a modellarlo.
Il suo interesse? Nientemeno che i complessi ‘processi di formazione e trasformazione della metropoli’, un argomento talmente intrigante da far addormentare qualunque curioso meno affascinato dell’urbanistica contemporanea, specie se con attenzione tutta lignago-milanese.
Ha diretto anche l’Archivio Piero Bottoni, che a sua volta aveva contribuito a fondare. Ah, la modestia: un uomo che fonda archivi e li dirige come se fosse la cosa più normale del mondo, mentre altri cercano di farsi notare con post virali.
Un poeta che non si accontentava
Ovviamente, non sarebbe stato un intellettuale poliedrico senza un tuffo poetico, anzi più di uno. Scriveva in dialetto lombardo e in italiano, tanto per fare il figo bilingue ante litteram. Tra i lavori che ci ha lasciato con la faccia tosta di chi sa forzare la cultura senza farsi troppe domande, ricordiamo titoli come “Viridarium”, “In breve volo”, “Vûs”, “Luí”, “Filovia”, “Pinoli” e – tenetevi forte – “Il conforto dell’ombra”, apparso nel 2025, praticamente dal futuro.
Non basta: si dilettava pure in critica letteraria, macinando saggi su nomi che fanno tremare i polpastrelli degli accademici, da Raffaello Baldini a Carlo Emilio Gadda, passando per Alfonso Gatto, Franco Loi, Luigi Meneghello e Vittorio Sereni. Insomma, un uomo che, oltre a osservare la città, ci ha lasciato un’eredità intellettuale degna di un’enciclopedia, o almeno di una lunga serata a guardare i libri che non leggeremo mai.
Un eroe della cultura contemporanea, insomma, che ha saputo tenere insieme memoria e modernità, metropoli e poesia, con quell’approccio tipico di chi non voleva accontentarsi delle mezze misure, palesando con la propria opera la rara capacità di illuminare il banale mondo che ci circonda, ricordandoci che anche le città hanno un’anima, o almeno ci provano.



