Certo, perché se non fosse per la gloriosa impresa di Acea, chi mai si sarebbe ricordato di conservare qualche briciola di patrimonio storico? Incredibilmente, questa azienda si è aggiudicata niente meno che il prestigiosissimo premio “Corporate Heritage Awards 2025”. Chi lo avrebbe detto? Un riconoscimento frutto dell’ingegno di Leaving Footprints, che – con la solita generosità – celebra quelle rare realtà aziendali capaci di trasformare un vecchio magazzino polveroso in un monumento culturale degno di nota, unendo creatività e un presunto impatto sociale che farebbe invidia a qualsiasi ONG. Ma andiamo con ordine.
Il premio è stato assegnato al museo aziendale “ACEA Heritage”, che si è distinto nella categoria “Narrazioni attraverso luoghi”. Si tratta di quell’incantevole museo che abilmente riporta all’attenzione i fasti storici di Acea, come se fosse la salvezza del nostro ingarbugliato patrimonio culturale. Un mix perfetto di polvere, tecnologia obsoleta e racconti aziendali che fanno tanto “Chi ha fatto cosa e quando”.
Ovviamente, il tutto è incorniciato da un solenne impegno sociale, perché nulla grida più “valorizzazione culturale” di una collezione vintage di bollette e tubature. Che piaccia o no, Acea si è inventata questa narrativa che, a detta loro (e ovviamente di Leaving Footprints), serve a connettere passato e futuro, mettendo in bella mostra le sfaccettature non proprio sexy di una azienda che si occupa di acqua ed energia. Insomma, chi mai avrebbe pensato che un erogatore di servizi pubblici potesse lanciare una sfida così creativa al noioso mondo del patrimonio culturale?
I paradossi di un premio “culturale” ad un’azienda
È doveroso sottolineare l’ironia sottesa nel premiare con tanto clamore proprio una società che, nel corso degli anni, si è distinta più per le bollette alte e i disservizi che per chissà quale rivoluzione culturale. Eppure, questa nuova narrazione patinata punta a farci credere che dietro ogni tubatura si nasconda un pezzo di storia degno di un museo da Oscar. Cosa chiedere di più?
Ma quando si parla di “impatto sociale”, a qualcuno verrebbe da chiedere: che impatto esattamente? Il museo è aperto a chi? Ai cittadini esasperati dalle tariffe o agli affezionati del bello? E soprattutto, quale riflessione critica si può trarre da una esposizione che, più che educare o ispirare, sembra una fotocopia di brochure aziendali vintage? Nulla di tutto ciò, ma ahimè le luci della ribalta sono state accese comunque.
Insomma, la strategia è chiara: trasformare un’azienda di servizi in una specie di custode del patrimonio storico-culturale, chissà per quale incanto. La realtà, però, è che – mentre si festeggia il “museo del passato” – il cittadino medio continua a lottare con aumenti, rinnovi e complicazioni vari. Ma non importa, è più importante che ci sia un modo elegante per raccontare tutta questa vicenda.
Valorizzare o mitizzare? La grande questione
Alla fine, il “Corporate Heritage Awards” serve essenzialmente a questo: a legittimare una narrazione che forse meriterebbe un po’ più di sano scetticismo e un po’ meno applausi. Perché valorizzare un patrimonio aziendale non dovrebbe mai trasformarsi in una fantasticheria dal sapore un po’ troppo nostalgico e forse troppo poco veritiero.
In un mondo in cui il patrimonio culturale dovrebbe essere sinonimo di inclusione, memoria collettiva e sacrificio, si rischia di ridurlo a un’operazione di immagine che – ammettiamolo – più che raccontare, maschera. Ecco allora che il museo di Acea si trasforma nel simbolo di una tendenza più ampia: quella del marketing culturale sfrenato, dove il passato diventa semplice vetrina per il presente, priva di qualsiasi pungente autoanalisi.
Se qualcuno voleva un esempio lampante di come trasformare un’erogazione di servizi essenziali in un’operazione di storytelling polveroso, eccolo servito. Il vincitore c’è, ci sono i sorrisi e gli applausi di rito. Il resto, come sempre, lo lasciamo alla saggezza di chi preferisce guardare oltre le apparenze.



