Abodi scarica la colpa sui club e si dice fan di Gattuso: che novità struggente

Abodi scarica la colpa sui club e si dice fan di Gattuso: che novità struggente

Che weekend da favola per lo sport italiano, dal tennis al basket fino alla Formula 1, un vero trionfo degno di un’altra epoca. Ovviamente, il calcio deve fare il capro espiatorio della situazione. «Nello sport esistono i cicli, anche se nel calcio sembra che durino un’eternità» ha sentenziato con la saggezza del ministro dello Sport, Andrea Abodi. Sempre lui, il grande esperto, si domanda il perché di tutto questo disastro: «Probabilmente mancano visione e scelte decise. Un tempo per intere generazioni di italiani il Mondiale era un momento sacro, quando il Paese si riconosceva in una comunità nazionale e sventolava la bandiera tricolore. Oggi quell’entusiasmo si è disperso oltre il calcio, però sarebbe carino regalarlo alle nuove generazioni. Speriamo che i prossimi appuntamenti con la Nazionale, a partire dalla sfida qualificazione del 26 marzo, possano finalmente soddisfare le aspettative». Che magnanimità!

Lo stesso ministro nutre una fiducia che sfiora la fede cieca sul futuro degli azzurri di Gattuso: «Sì, c’è piena consapevolezza dell’importanza del momento. Gli ostacoli sono avversari con gli stessi traguardi, ma confido nella capacità motivazionale del ct». Peccato che poi, all’improvviso, si torni al punto dolente: «Spesso il vero problema sono i club». Facciamo chiarezza: «Le società non capiscono che una Nazionale forte valorizza anche i calciatori e il patrimonio delle squadre. Per quanto sia importante il campionato, la Nazionale dovrebbe venire sempre prima. Solo così si possono raggiungere risultati». Ah, quella piccola questione del senso di priorità… sembra così difficile da assimilare.

Olimpiadi e Paralimpiadi: una narrazione tutta italiana

Il bilancio delle Olimpiadi e Paralimpiadi? Qualcuno ha detto trionfo nazionale? «Il riconoscimento più grande arriva da atleti, pubblico e, soprattutto, dalla scena internazionale. Non c’è stato un solo collega di governo o dirigente straniero che non abbia lodato un’organizzazione impeccabile: dagli ingegneri delle infrastrutture agli organizzatori degli eventi, passando per i volontari e tutti gli apparati statali che hanno garantito la sicurezza in questa epoca di incubi globali». Non si può non applaudire questo miracolo coordinativo, degno di una superpotenza. Peccato solo che non sia tutto oro, anche se nessun rammarico è concesso, giusto qualche dettaglio da limare, soprattutto sulle Paralimpiadi: «Sul fronte comunicazione e promozione mancava uno spazio adeguato per lasciare effetti duraturi. Ci lavoreremo, promesso». Che dolce promessa quella di potenziare la visibilità di chi già fatica a emergere.

Proiettandoci sul futuro, il ministro indica senza maschere la priorità italiana: «L’obiettivo è proseguire quel fantastico lavoro avviato tre anni e mezzo fa, diffondendo il principio universale dello sport per tutti. Bisogna ampliare la base di praticanti, migliorare le strutture, mettere più risorse gratuite e garantire l’accessibilità anche a chi ha difficoltà fisiche, eccessive ristrettezze economiche o vive in periferia. La scuola è la base da cui ripartire: impiantistica sportiva, inserimento sportivo nei programmi didattici, e soprattutto inclusione sono obiettivi ancora lontani». Quindi via libera a progetti ambiziosi, come i Giochi della Gioventù, per la prima volta aperti anche alle discipline paralimpiche, segno che l’utopia dell’inclusione è ancora un work in progress.

Sul fronte dei soldi, incredibile ma vero, non mancano: «Da quando siamo al governo abbiamo destinato all’universo sportivo la modica cifra di 2,6 miliardi. Se i progetti reggono e incidono, soprattutto in ambito sociale, sarà semplice trovare nuovi fondi. Negli ultimi tre anni abbiamo aumentato del 35% i finanziamenti pubblici allo sport, perché vogliamo continuare a investire su questa sorta di infrastruttura sociale fondamentale». Insomma, tanto denaro pubblico per garantire che tutti possano rincorrere un pallone o far rotolare una sedia a rotelle in sicurezza. Che generosità divina.

La questione femminile e la partecipazione alle Paralimpiadi

Parlando di debolezze, una spina nel fianco è rappresentata dall’assai scarsa partecipazione femminile alle Paralimpiadi. Dove si dovrebbe intervenire? «Dobbiamo ammettere che qui il punto dolente è evidente». Davvero? È quasi come accorgersi che l’acqua bagna o che il sole sorge a est. Ma non temete, anche su questo fronte ci saranno interventi mirati, presumibilmente molto presto, perché nulla generi più imbarazzo di una parità di genere appesa a un filo tanto sottile quanto invisibile. Le promesse abbondano, serve solo vedere se, stavolta, qualcuno avrà l’ardire di trasformarle in fatti.

Che sollievo sapere che lo sport possa trasformare una vita! Un mantra che sentiamo da anni, ormai un vero e proprio tormentone per chi si occupa di disabilità. Ma niente paura, il piano magico è chiaro: bisogna semplicemente “lavorare sul reclutamento” e rendere tutto più semplice. Certo, perché finora sembra che le donne con disabilità fossero troppo pigre o smarrite per uscire di casa e cimentarsi in qualche attività sportiva. Una vera tragedia sociale!

Con la saggezza che solo chi non abita sulla luna può avere, viene sottolineata l’importanza di fare squadra con medici di base, unità spinali e Inail. Una collaborazione che aspettiamo da chissà quanto tempo, come se finora avessero tutti fatto finta di nulla. L’obiettivo? Far conoscere questa “opportunità” a chi, immagino, attende solo un piccolo incentivo per trovare quella fatidica “forza” e iniziare una nuovissima vita. Da manuale, insomma.

Ora, il pezzo forte: l’eventuale coinvolgimento di Torino per i Giochi Olimpici 2030 sulle Alpi Francesi. Non si tratta solo di un sogno ingenuo o di una speranza buttata lì per caso, ma di una “possibilità concreta”. Ma certo! Basta chiudere un occhio, parlare un po’ con i colleghi francesi e – voilà – l’Oval di Torino sarà valorizzato come un tesoro nascosto. Insomma, un patrimonio da rispolverare, perché evidentemente negli ultimi anni era stato messo un po’ da parte sotto la polvere. Il comitato organizzatore si è dato un’impostazione che sembra andare in questa direzione. Che sollievo sapere che finalmente si procede con un minimo di strategia.

E poi ci sono le amate Atp Finals. Quelle che, nonostante tutto, in cinque edizioni hanno costruito un’apparenza di continuità. Ed è ovvio che ci sarà una sesta edizione, senza dubbio una settima nel 2027 sempre a Torino. Dopo? Beh, lasceremo la decisione nelle mani dell’Atp e della Federtennis, giusto per tirare in mezzo altri volti noti e far girare un po’ di ruote burocratiche. L’auspicio? Che l’evento non solo non perda colpi, ma che addirittura continui a crescere, magari lasciando qualche brandello d’infrastruttura utile non solo a Torino, ma a tutto il Piemonte. Perché si sa, l’effetto farfalla parte sempre da un campo da tennis!

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