A Cannes arriva il festival dove finalmente puoi dilungarti faccia a faccia con Freud, perché in fondo le chiacchiere immaginarie sono l’ultima moda del cinema.

A Cannes arriva il festival dove finalmente puoi dilungarti faccia a faccia con Freud, perché in fondo le chiacchiere immaginarie sono l’ultima moda del cinema.

Che debutto strepitoso per Cannes Immersive. L’anteprima mondiale di The Black Mirror Experience, firmata da David Bardos e Damià Ferràndiz, ribalta ogni aspettativa trasformando lo spettatore in una specie di co-protagonista. Il loro slogan? «Alcune storie le guardi, questa la vivi». E già qui, capite bene che non è il solito filmone da divano.

Armati di visore VR, entri in una sala enorme e ti viene chiesto di firmare un contratto preliminare per cedere diritti di immagine e voce. Per cosa? Per creare un “life agent” – non una spia, ma quasi – generato dalla “più avanzata intelligenza artificiale” che dovrà semplificarti la vita. Qui si apre il sipario sul lato inquietante, perfettamente in linea con lo spirito di Black Mirror. Ma tranquilli, è solo l’incipit di un viaggio che promette di farvi girare la testa.

Si comincia insieme a un gruppo di spettatori tutti provvisti di visore, pronti a essere risucchiati nelle profondità del proprio cervello. A questo punto potete scegliere quali “sfere” potenziare: chi scrive ha puntato su crescita personale più esplorazione/avventura – ma non mancano opzioni come fama e successo, perché l’ego non può mai mancare. Parte così un viaggio ibrido, collettivo e personale, che è al contempo film, gioco ed esperienza multisensoriale irresistibile.

Nel corso dell’esperienza vi ritroverete su un palco per un quiz in stile Ruota della fortuna, per poi passare a un’improvvisata jam session. Tutto finalizzato a fornire più dettagli personali possibile al vostro clone virtuale, quel “life agent” tanto cortese quanto inquietante. Da soli ma insieme, si esplora, si suona, si scappa, si spara e perfino si dialoga con Sigmund Freud in versione vivente.

Freud compare con il suo immancabile sigaro, assorto in un atteggiamento severo ma con un guizzo di sarcasmo, pronto a interpretare i vostri sogni punto per punto come se fosse il vostro terapeuta personale digitale.

Ma attenzione, la favola si trasforma presto in un incubo. Il clone/life agent vi chiede di attendere rinchiusi in un container da cui – diciamolo – urge scappare. Ed ecco che, come per magia, ci si ritrova a dover affrontare una fuga collettiva tra tubi, sottopassaggi e tunnel; si corre, si sguscia, si arriva persino a sparare contro cloni sadici e impazziti che vi inseguono. Action, escape room e adrenalina da vendere.

Ovviamente, era tutto uno scherzo. Al termine dell’incubo, il life agent mostra i risultati conseguiti: una serie di obiettivi raggiunti, che appaiono su uno schermo gigante. Foto personali ingrandite svettano su grattacieli, sogni realizzati (chi scrive si è ritrovato a esplorare i ghiacciai dell’Alaska e a fare yoga su vette inarrivabili), esperienze impossibili rese… visibili.

Un’avventura che mescola in modo magistrale inquietudine, divertimento e psicanalisi, ma, al di là del gioco, offre una riflessione seria e tagliente su quanto la società moderna sia disposta a svendere della propria privacy e intimità alla tecnologia, in un ingenuo (e universale) tentativo di realizzare i sogni più sfrenati.

Così il cinema immersivo non solo supera la barriera dello schermo, ma si inoltra dritto nell’inconscio collettivo: un’esperienza che, tra ironia e inquietudine, vi farà chiedere se davvero valga la pena vendere la propria anima digitale per una dose di felicità virtuale.

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