Botta e risposta in piena regola tra Ignazio La Russa, presidente del Senato, e Carlo Calenda, leader di Azione. Da un lato, un post social vagamente acido di La Russa, come una puntura di spillo mirata a chi ha osato partecipare al Pride di Budapest; dall’altro, una replica pronta e piccata del leader progressista, perché si sa, non si può certo lasciare il campo libero alle provocazioni senza rispondere.
In sintesi, La Russa ha deciso di fare l’intellettuale da social e, con una frase dal sapore vintage, ha lanciato il sasso:
«Chissà se qualcuno dei politici italiani presenti in questi giorni in Ungheria, asseritamente in difesa della libertà di espressione, si sarà ricordato di portare almeno un fiore ai martiri che nel 1956 diedero la vita per la libertà senza aggettivi contro i carri armati comunisti. Chissà».
Traduzione volgarmente semplice: “Bravi a manifestare per i diritti civili, ma che ne dite di ricordarvi anche degli eroi anti-comunisti? Magari un fiore, così, tanto per fare i bravi.” Il tutto soprattutto a pochi passi dal Pride di Budapest, evento che il leader autoritario Viktor Orbán ha cercato di vietare (pare che la libertà sia buona solo quando conviene a lui) e cui invece hanno partecipato quasi 200 mila persone, tra cui più di qualche politico italiano e europeo, Calenda incluso.
Non si è fatta attendere la risposta, concessionaria di sarcasmo e fermezza, di Calenda, che ha voluto rimettere le cose in chiaro:
Carlo Calenda ha scritto:
«Caro Ignazio La Russa, ti è andata male. Sono andato a rendere omaggio al monumento ai martiri del ’56 prima del Pride. Ritenta. Magari dopo che avrai buttato la statua di Mussolini. Lezioni su anti autoritarismo da te anche no».
Forse una delle poche volte in cui un politico riesce a infilzare con un solo tweet l’ipocrisia altrui, ricordandoci ironicamente che per chi mantiene i busti di Mussolini in casa, il concetto di autoritarismo è tutto da spiegare.
Un dettaglio non proprio trascurabile, dato che proprio La Russa confessava solo un paio d’anni fa ai giornalisti di conservare, con la solita nonchalance, il busto del duce, ereditato dal padre. E, carissimo, non ha alcuna intenzione di buttarlo:
«Sono sempre dipinto come quello che ha i busti del Duce in casa, è vero ce l’ho, me lo ha lasciato mio padre, non capisco perché dovrei buttarlo… Non lo butterò mai, così come non butterei il busto di Mao Zedong se mi avessero lasciato un’opera d’arte sua…».
Signori, quando la libertà di espressione incontra la voglia di essere provocatori senza freni, si ottiene esattamente questo spettacolo: un presidente del Senato che fa il moralista da bar, un leader progressista che ricorda le priorità civili e storiche con una zampata sarcastica, e un dibattito politico che ci fa capire quanto a volte la serietà sia solo uno scherzo.
In tutto questo, i martiri del 1956 restano lì, tra monumenti e fiorellini, un po’ dimenticati – ma almeno non tra chi vuole farci sapere che certe “lezioni” sono meglio non darcele proprio.


