Qualche giorno fa Daniele Brusasco ha fatto un rapido conto da far girare la testa: «Ad aprile dello scorso anno ho prodotto 1.300 quintali di latte. Quest’anno lo stesso mese: 1.500 quintali. E indovinate un po’? Ho guadagnato 26 mila euro in meno». Un vero capolavoro economico, degno di nota. La sua fattoria, con circa 150 mucche, si trova a Frugarolo, nell’Alessandrino. «È una tradizione di famiglia: ha cominciato mio nonno nel 1913. Ho 73 anni e, da quando ho memoria, la mia sveglia suona alle cinque meno un quarto del mattino. Ne ho viste di cotte e di crude, ma una situazione così mai.». Insomma, lavorare a fondo per non affondare, accumulando solo perdite e intaccando i risparmi messi da parte in anni di fatica.
Il latte, quel bene prezioso e ambito, viene venduto al consumatore finale a circa due euro al litro nei supermercati. Ma a Brusasco e ai suoi colleghi? Nemmeno 40 centesimi. Una differenza così abissale che nemmeno l’oceano può colmare. «Così possiamo resistere qualche mese, massimo», commenta sconsolato. Gli allevatori ormai sono abituati a un’altalena degna di uno psicodramma: momenti di mercato fiorenti contrapposti a periodi da incubo, dove il prezzo per litro oscillava tra i 60 centesimi e i 30, ma soprattutto sempre sotto pressione.
Negli ultimi mesi la situazione ha preso una piega ancora più divertente – se non fosse così tragica: oltre alle solite oscillazioni cicliche ora dobbiamo mettere in conto un surplus di produzione, non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi europei, e un’impennata dei costi. «Energia e carburanti sono rincarati di circa il 60%», rivela Bruno Mecca Cici, allevatore torinese e presidente di Coldiretti Torino. «Il prezzo dei mangimi sembra stabile, ma chi li produce in proprio si ritrova comunque schiacciato dai costi esplosivi del resto».
Secondo Ismea, produrre un litro di latte costa tra 50 e 55 centesimi. Chi riesce a vendere intorno a questi valori riesce appena a tirare a campare, chi si sforza di strappare 45 centesimi sta annaspando, chi è sotto i 40 affoga, e chi si ritrova attorno a 30 forse è già in fase terminale. «Se il mercato resta così stagnante, il prezzo non copre nemmeno le spese di produzione. E il rischio che molti allevatori gettino la spugna è reale», ammette Roberto Morello, allevatore di Savigliano e presidente di Piemonte Latte, la cooperativa che riunisce 250 produttori.
Il signor Raffaele Tortalla, alla guida di un’azienda familiare a Fossano con 60 mucche e un piccolo caseificio, confessa: «Molti colleghi hanno visto i loro incassi dimezzare o addirittura dimezzare più volte rispetto a qualche mese fa. Qualche mese così e si chiude il sipario. Il problema è che gli agricoltori quasi mai riescono a mettersi d’accordo. Invece l’industria è unita, fa cartello e finisce per ammazzarti: devi comunque lavorare. Per di più il latte va venduto immediatamente: o ti “accontenti” di quel che ti offrono o butti via tutto».
Per il 2026, Italia prevede una produzione di 13,5 milioni di tonnellate di latte. Il mercato interno si prevede possa assorbire al massimo 13 milioni, forse meno, dato che i consumi si stanno lentamente riducendo. «Ai tempi della lotta sulle quote latte eravamo a 10 milioni di tonnellate», ricorda Morello, la cui cooperativa ha già conferito 2 milioni di ettolitri nel 2025, in larga parte a Granarolo. «Questo significa che il Paese non è attrezzato per superare questo limite senza inutili sobbalzi; il rischio concreto è che le difficoltà di collocare il latte rimangano un problema strutturale».
Quando l’offerta supera la domanda, i prezzi crollano con la grazia di un elefante su una pista di cristallo, soprattutto se la scena si ripete in parallelo negli altri grandi produttori europei: Germania, Francia, Paesi Bassi. Il Piemonte, con circa 1.850 allevamenti e 250 mila capi, è una delle quattro regioni più produttive in Italia, insieme a Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. Con una piccola chicca da sottolineare: il Piemonte produce, ma trasforma poco, non ci sono grandi aziende, e la maggior parte del latte finisce altrove.
«Il latte del Piemonte è di ottima qualità, ma fuori dai circuiti dop, e questo lo condanna a prezzi da ultimi della fila», spiega Morello. Al momento, il prezzo riconosciuto agli allevatori è circa la metà rispetto allo scorso autunno. Il paradosso? Un litro di latte al dettaglio è arrivato a costare due euro, con un rincaro del 4%. Dove va a finire tutta questa differenza? Lo spreco si annida nella filiera – raccolta e trasporto, trasformazione industriale, confezionamento, distribuzione, marketing e margini commerciali – non certo nelle stalle.
Ah, il valore aggiunto nel mondo del latte, quella misteriosa creatura che sembra sfuggire proprio a chi produce il liquido bianco più amato dagli italiani. Tra sovrapproduzione, prezzi internazionali che crollano come un soufflé mal riuscito, costi alle stelle e allevatori messi in una posizione da burattini, il settore è una vera e propria sitcom tragica. E poi, naturalmente, la distribuzione del valore è così squilibrata da far impallidire qualsiasi equilibrista circense.
Per fortuna, o almeno così si spera, qualcuno ha deciso di dare un calcio a questo circolo vizioso. Sono nati gruppi che almeno provano a mettere in salvo quegli allevatori che da sempre sono l’anello più debole della catena. Tortalla racconta con una punta di ironia amara: «Siamo sempre stati gli ultimi della fila, quelli a cui si dava il minimo indispensabile. Per anni siamo andati di caseificio in caseificio a contrattare come se fossimo assetati di spiccioli.»
Vent’anni fa, con uno spruzzo di audacia e un gruppo ristretto di allevatori, ha provato a innovare: ha fondato una cooperativa orientata all’industria dolciaria. E guarda un po’, Michele Ferrero – sì, proprio lui, il re della Nutella – promise l’acquisto del latte. Era il 2007, e nel 2009 nacque Compral Latte, di cui Tortalla è ancora il presidente. Cento soci, 1.500 quintali di latte al giorno. Una conquista che sembra quasi un miracolo, ma non è finita qui.
Insieme all’inarrestabile Inalpi, azienda del Cuneese che sta scalando le vette con la determinazione di un atleta dopato, e ovviamente con Ferrero, hanno creato un paniere di 14 prodotti di riferimento per il prezzo del latte: fieno, orzo, gasolio, burro, divisi equamente tra agricoltori e industriali per decidere – o almeno provarci – un prezzo giusto. Risultato? La cooperativa oggi vanta 260 aziende e 7.000 quintali di latte conferiti ogni giorno a Inalpi, di cui il 70% finisce magicamente nei prodotti Ferrero. E udite udite, i soci incassano tutti la stessa cifra: 52 centesimi al litro, quasi 10 cent sopra la media del mercato. Un esempio virtuoso da prendere come modello, ma ahimè, ancora un’eccezione da manuale.
Per il resto, la normativa universale rimane quella che racconta Daniele Brusasco, che allegramente definisce il suo mestiere un’impresa quasi eroica. «Ho chiesto un preventivo per nuove ventole per le mucche: 35 mila euro. Devo cambiare l’impianto per alimentarle, 100 mila euro. L’altro giorno si è rotto un pezzo, 5 mila euro immediati. E io? Sto lavorando in perdita. Dove pensate che trovi i soldi?»
E mentre la commedia degli errori continua a andare in scena quotidianamente, Brusasco osserva con rassegnazione il futuro della sua famiglia: «Ho una figlia di 35 anni che vuole fare questo lavoro. Ha la passione, sì, ma certi giorni la guardo e penso: avrei preferito scegliesse un’altra vita.» E chissà, forse qualcuno dovrebbe prendere appunti su queste tragedie moderne prima che l’intero settore vada a fondo come il Titanic in un mare di scuse inutili.



