Il mondo della moda è in crisi, ma niente paura: Alain Elkann con la sua artigianalità “superiore” non seguirà la moda rapida, quel terribile male del nostro secolo. Che sollievo sapere che esiste ancora qualcuno che si aggrappa a vecchi valori, ignaro che l’artigianato lento non paga le bollette.
Nel mezzo di tempi tanto “difficili” per l’industria della moda, dove ogni brand sembra lottare per catturare un pubblico sempre più distratto e dilaniato da crisi globali, Elkann si esibisce in un’ode nostalgica all’unicità della creazione manuale. Una posizione tanto romantica quanto anacronistica, certo, ma almeno fa sentire chi lavora nel settore un po’ meno abbandonato alla mercé della produzione di massa.
Peccato che questa idealizzazione dell’artigianato si scontri con la dura realtà del mercato: spedizioni lente, costi alti, e soprattutto una clientela che raramente è disposta a pagare prezzi da boutique per capi che, pur belli e ben fatti, non riescono a competere con la velocità e forza dell’industria della moda globale. Ma, hey, almeno ci guadagniamo in “valori”.
La moda lenta? Una battaglia persa in partenza
Nel frattempo, la fast fashion domina la scena: collezioni che nascono, muoiono e si trasformano in pochi giorni, suscitando un consumo frenetico e spesso insostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. Eppure Elkann si erge a paladino di qualcosa il cui fascino sembra limitato a un’esclusiva nicchia di puristi. Se l’artigianato è davvero la salvezza, forse andrebbe spiegato meglio perché ben pochi sono disposti a prendere parte a questo “ritorno alle origini”.
Forse il problema è proprio il romanticismo: i tempi cambiano e l’industria deve adattarsi. O puoi scegliere di vivere in un mondo di sogni fatti di seta e cuciture pazienti, mentre intorno tutto corre a velocità supersonica verso l’obsolescenza programmata. Almeno così, con un tono di mesta rassegnazione, potremmo definirla “la rivoluzione mancata” dell’artigianato nel XXI secolo.
Perché la moda “slow” rimane un lusso per pochi
Il vero problema è che l’artigianalità, così decantata e amata, è diventata una sorta di status symbol per chi può permettersi il lusso di aspettare, spendendo cifre olimpiche per un capo che sembra più un’opera d’arte che un semplice vestito. Non proprio la soluzione per chi combatte ogni giorno con un portafogli medio-vuoto e un armadio già troppo pieno di occasioni da buttare alla prossima tendenza.
Insomma, il messaggio è chiaro e quasi commovente: “Siete tempi difficili, ma io resto fedele alla mia arte”. Peccato che questa fedeltà assomigli più a un manifesto di nicchia che a una realtà sostenibile. La moda, come la vita, è una questione di scelte: puoi abbracciare la rapidità del consumo o rifugiarti nella lentezza esclusiva. Ma non venite a raccontarci che la seconda è il futuro, perché quella è una favola per borghesi nostalgici.



