“Quando lavoravo in quel campo, ho visto da vicino cosa significa lavoro sottopagato. I miei colleghi prendevano tra sei e sette euro lordi all’ora, a volte un po’ di più, giusto per sentirsi un po’ meno derubati.” Mario (nome di fantasia), un tempo maschera nei teatri di Milano, ora cambiato mestiere, si ricorda perfettamente la giostra tragicomica delle condizioni lavorative e lo riassume così.
Le maschere, quei silenziosi ma indispensabili fantasmi dei teatri che controllano i biglietti, accompagnano gli spettatori ai loro posti, gestiscono guardaroba e sorvegliano il comportamento – come fosse un zoo il teatro – sono certamente molto presenti… ma a livello contrattuale? Quasi mai. Quasi mai assunte direttamente, quasi sempre appese a qualche cooperativa che fa da tramite, trasformandoli in meri numeri da chiamata, pezzi smontabili e riassemblabili mensilmente a seconda della convenienza.
Non stupitevi, se capita che in un solo mese una maschera cambi teatro più volte o lavori a singhiozzo. Questa è la magia del sistema cooperativo: prende una fetta dello stipendio notoriamente misero e si diverte a distribuire gli spiccioli rimanenti quando e come vuole. Un vero capolavoro di precarietà mascherata.
Il miracoloso mondo del caporalato teatrale
Francesca, una maschera anonima di un teatro milanese di rilievo, racconta tra sarcasmo e rassegnazione: “Il compenso è migliorato un po’, una bella consolazione se non fosse che il costo del lavoro è aumentato anche per i datori di lavoro. Così, sorpresa delle sorprese, diminuiscono i posti disponibili. Insomma, non c’è abbastanza lavoro per tutti.”
Lo stipendio base previsto dal fantomatico contratto nazionale teatrale è di circa 7,14 euro lordi l’ora. Una cifra che la realtà beffarda spesso dimentica e inchieste giudiziarie confermano. La cooperativa Fema, al centro di un’indagine per caporalato, pagava miseri 5-6,50 euro l’ora, sfruttando apertamente lo stato di bisogno dei lavoratori. Come ciliegina sulla torta, Fema fornisce personale a eventi, fiere, musei e teatri fra cui illustri enti culturali nazionali e internazionali, tutti indignati ma, stranamente, estranei all’inchiesta.
I lavoratori? Be’, per loro significa prendere in mano la bellezza di 600-800 euro al mese, se va bene. La dignità paga ancora peggio, ormai.
Non si salva neppure Socoma e Domina, altre due cooperative finite sotto inchiesta per simili rituali. L’unica nota positiva? Sono state “costrette” a rivedere gli stipendi, innalzandoli fino al 40%. Per questo hanno schivato il controllo giudiziario, per ora.
Contratti… o fumisteria contrattuale?
Ma a prescindere dalla paga (che va considerata una battuta, ovviamente), il vero dramma è il contratto sbagliato. Come sottolinea Nicoletta Daino, segretaria di Slc Cgil, raramente si applica il contratto corretto, quello nazionale per i teatri, firmato nel lontanissimo 2018 e scaduto nel 2021. Tranquilli, nessuno si preoccupa troppo di aggiornarlo o rispettarlo, tanto a qualcuno piace il gioco dell’alternanza continua tra contratti a chiamata e disoccupazione.
E quindi eccoci qua: maschere intrappolate in una girandola di contratti precari, paghe da fame e continui cambi di scenario, mentre si fa finta che tutto funzioni alla grande, che sia il costume di un settore artistico e culturale moderno e fiorente.
Un applauso, per favore, a questo brillante modello lavorativo che potremmo riassumere in una sola parola: spietata ipocrisia.
Lavorare come maschera teatrale è un vero splendore, soprattutto considerando la paga base da circa sette euro all’ora, un vero affare per chi sogna il glamour delle luci di palcoscenico. Sempre che vi piaccia che il vostro stipendio venga esaltato da un fantomatico “34% in più” per le remunerazioni differite, come la tanto sospirata tredicesima mensilità. Ovviamente, non si parla di un fisso mensile, ma di un’integrazione su “voci differite” – e qui, ahinoi, inizia il regno della regolamentazione confusa.
Secondo Daino, esperto del settore, il Titolo V del contratto nazionale è particolarmente illuminante: disciplina il personale di sala, le amatissime maschere incluse, spesso imbrigliate in contratti “a intermittenza”, ovvero a chiamata senza nessun obbligo di risposta. All’inizio si potrebbe quasi pensare di avere in mano un vantaggio flessibile, perfetto per conciliare questo lavoro con altre attività come lo studio. Venere, Marte e poi? L’amara realtà: potresti lavorare solo una settimana al mese, se ti va bene.
E per non farsi mancare nulla, non mancano i part-time che si trasformano in affascinanti depositi di ore “non godute” nelle settimane di chiusura stagionale dei teatri. Al contrario, il contratto specializzato di settore offre qualche garanzia in più, con formule possibili che virano dall’assunzione a giornata, a ciclo produttivo o a stagione, ovviamente sempre dentro “regole precise” – un eufemismo, dato che queste regole spesso sembrano più sogni che realtà.
Cosa è cambiato alla Scala?
Almeno al Teatro alla Scala di Milano, si è fatto qualche passo avanti, ma giusto per cinquant’anni luce rispetto agli altri teatri italiani. Nel 2024, il tempio della lirica ha firmato un accordo destinato ai lavoratori-studenti, offrendo loro un contratto diretto e non tramite agenzie intermediarie, cosa piuttosto rara nel panorama culturale nostrano.
Il primo contratto dura un anno, con possibilità di rinnovo fino alla conclusione degli studi, a patto che lo studente sia in regola con esami e risponda almeno al 70% delle chiamate su circa 300 spettacoli annuali. E qui arriva la chicca: il lavoro notturno dalle 24 in poi raddoppia la paga, un sollievo per chi passa le notti in teatro e non in discoteca.
Questo miracolo di dignità contrattuale arriva dopo mesi di proteste studentesche nel 2023, quando le maschere più giovani denunciarono la precarietà imperante, con contratti rinnovati mai oltre l’anno. A dicembre dello stesso anno, un sciopero corale interruppe l’anteprima della Prima, seguito da un altro, poi annullato grazie al miracoloso accordo firmato in aprile 2024.
Ma attenzione, non è solo merito degli studenti: la vicenda ha portato alla luce un dramma più ampio sulle condizioni contrattuali di questa categoria.
Non solo studenti, anzi…
Daino continua spiegando come i contratti più diffusi per le maschere siano quelli del multiservizi e dei servizi ausiliari. Tradotto: maschere che dovrebbero gestire un’intera produzione teatrale, ma che tecnicamente fanno pulizie, manutenzione, portineria o stoccaggio. E attenzione, contratti che sono praticamente inadatti alle specificità di questo lavoro, tanto da discriminare – indirectamente – chi ci lavora davvero.
Il contratto di settore, invece, offre l’assunzione stagionale, ma qui arriviamo all’ennesima perla: ogni teatro si ritrova con un enorme bacino di maschere che lavorano a gettone. Più o meno, qualcuno lotta per pagare l’affitto, qualcun altro incassa qualche chiamata in più, ma nulla di stabile o certo.
Per capirci meglio: non si tratta solo dei classici studenti che cercano un primo impiego. Tra coloro che indossano la maschera ci sono anche cinquantenni che proverebbero a tirare avanti così, magari senza tante illusioni di un futuro radioso. E persino fra gli studenti, molti devono mantenersi con questo lavoro. La conclusione? Urge una regolamentazione seria, anzi serissima, che smetta di prendere in giro chi questo mestiere lo fa – non solo durante gli spettacoli, ma anche nella vita di tutti i giorni.



