«Giornalisti terroristi», «Via, via giornalisti e polizia», «Più sbirri e giornalisti morti». Sì, avete letto bene: sembrano slogan usciti da una fantasmagorica macchina del tempo che ci riporta ai luminanti anni di Piombo, quelli in cui colpire un «servo del potere» era quasi sport nazionale tra certe frange rivoluzionarie. Benvenuti nel mondo odierno, dove i «pennivendoli» restano gli stessi bersagli di sempre, solo che ora gli insulti si pregiano di una nuova sfumatura di arroganza e paranoia. E come poteva mancare il climax? Il 28 novembre 2025, l’evento top: l’attacco alla redazione de La Stampa a Torino. Scritte sui muri, scrivanie ribaltate, un classico che non stanca mai. La scusa? Una causa Pro-Pal, ovviamente usata come pretesto da quei giovani protagonisti del centro sociale più chiacchierato e controverso d’Italia, che fungono da motore di questa brillante stagione di caccia alle streghe.
Nonostante tutto, La Stampa ha fatto quello che dovrebbe fare un giornale serio: ha continuato a raccontare, a documentare, senza lasciarsi intimidire. Una coerenza che la giuria del prestigioso Premio internazionale di giornalismo Biagio Agnes ha deciso di celebrare assegnando al direttore Andrea Malaguti e all’intera redazione il premio speciale Libertà di Stampa, con la motivazione che quasi riempie di commozione: «Per il coraggio quotidiano nella difesa dell’autonomia e del lavoro giornalistico.» Ovviamente, giustamente, perché nulla urla più forte di «coraggio» mentre si viene presi d’assalto da vannelli della democrazia fai-da-te.
Il direttore Malaguti, fresco di palcoscenico nella suggestiva piazza di Spagna a Roma, al fianco della collega Caterina Stamin de La Stampa, è chiarissimo: «Questo riconoscimento va dritto al cuore della professione, è il più bel riconoscimento che si possa consegnare a un giornale». Parole che non nuotano nell’ovvietà, soprattutto in questi tempi in cui «libertà di stampa» sembra uno slogan di comodo, da sventolare quando fa comodo e poi dimenticare nel momento in cui la libertà di espressione dà fastidio.
Prosegue Malaguti:
«Questo premio è soprattutto il riconoscimento del fatto che siamo un giornale pluralista, capace di ascoltare tutte le voci. Anche quelle scomode. Anche di fronte a un’aggressione fisica e verbale che nessuno dovrebbe mai tollerare, figuriamoci sopportare. È la violazione di un confine invalicabile.»
Ah, la memoria. Perché l’attacco filtrato dall’aggressione alla redazione de La Stampa non è un incidente isolato ma un susseguirsi di echi storici. Siamo giusto alla vigilia dell’anniversario della morte di Carlo Casalegno, giornalista e partigiano ucciso dalle Brigate Rosse nel 1977 per quei maledetti articoli e per il suo coraggio nel rappresentare la libertà.
I giovani “rivoluzionari” del centro sociale evidentemente non hanno studiato il programma o, più probabilmente, si sentono legittimati a gridare slogan tipo «Giornalista terrorista sei il primo della lista», rimasticando slogan di un’epoca che forse non hanno mai davvero conosciuto, ma della quale si appropriano con spavalderia degna di un manuale della demagogia più becera.
Ma Malaguti non si lascia trascinare in facili ritorsioni o in quella tipica tentazione di rispondere colpo su colpo. La sua reazione? Con fermezza e dignità, precisa:
«Ci avete sbagliato. Questo è un luogo dove si può parlare, un ambiente pluralista abituato al confronto, anche con chi non la pensa come noi. Se volete un confronto civile, sappiate che lo troverete comunque qui, noi non chiudiamo le porte.»
Ovviamente, per essere chiari fino in fondo:
«La Stampa non rinuncerà mai ai suoi valori, quelli previsti dalla Costituzione, quelli che rappresentano la collettività.»
Il palco, l’attacco e la verità amara sull’Italia odierna
L’episodio del 28 novembre 2025 e il premio per la libertà di stampa non sono solo tappe simboliche isolate. Sono pezzi di un mosaico che racconta lo stato dell’informazione nel nostro bel paese, uno stato di salute che potremmo descrivere come: un po’ incasinato. Secondo il World Press Freedom Index 2026, stilato dal solito osservatore internazionale, l’Italia si piazza in una posizione poco invidiabile, scivolando fino al 56º posto su 180 paesi esaminati.
Per coloro che credono al solito cliché che i giornalisti «non facciano il loro mestiere», Malaguti ha le idee molto più chiare e concrete:
«In realtà molti lo fanno così bene da dover stare sotto scorta. E questo vale anche per La Stampa, dove convivono generazioni di under 30 e over 50: un’eredità generazionale di fatica e impegno che resiste.»
Al centro della XVIII edizione del Premio Biagio Agnes, magistralmente condotto da Mara Venier e Alberto Matano (trasmesso il 2 luglio su Rai1 in seconda serata), c’erano proprio questi temi caldi che attraversano il mondo dell’informazione e della comunicazione: dalla trasformazione digitale, all’analisi economica, fino alla visione internazionale, tutte sfide alle quali il giornalismo dovrebbe rispondere con coraggio, e non con scritte sui muri o scrivanie ribaltate. Ma si sa, la realtà è infinitamente più amara di qualsiasi buona intenzione.
Certo, perché cosa sarebbe il giornalismo senza qualche bella celebrazione, giusto? Non può mancare l’immancabile premio che, con la sua sollievo enfasi, ci ricorda quanto siano nobili quei professionisti impegnati in prima linea. Come celebrare meglio i valori del giornalismo se non premiando chi fa del rigore analitico e della profondità storica il suo mantra? Parliamo di Paolo Bricco, che tra un grafico e l’altro riesce a tenere testa all’economia e alla politica industriale senza cadere nella banalità del momento. Un applauso, ovviamente.
Nel frattempo, per il premio Inviati, ecco sfilare sul palco due campioni dell’informazione di guerra: Giovan Battista Brunori, che ha fatto del Medio Oriente la sua personale arena, e Andrea Nicastro, ormai veterano degli scenari più bollenti del pianeta. Perché niente racconta meglio i conflitti del “prendila sul serio” da dietro la telecamera, con le scarpe impolverate di una zona dove si lotta più con le parole che con le bombe (beh, a volte pure quelle). Altro che salotti televisivi e fake news, signore e signori.
Non potevano mancare i premi Corrispondenti, destinati a Rosalba Castelletti e Leonardo Panetta, guardianacci della cronaca spiccia che, tra un titolo sensazionalista e l’altro, si ostinano a offrire ai lettori uno schizzo di realtà. Per i più giovani, invece, il premio Under 30 viene incoronato con la giovane e promettente Valentina Pigliautile. Tutto secondo la tradizione: un solido mix di esperienza e speranza, il famoso cocktail che salva il mondo dell’informazione dalla noia totale.
Ovviamente, a rappresentare la vetta dell’intrattenimento televisivo, non poteva mancare l’assegnazione del premio a due giganti indiscussi: Gerry Scotti e Stefano De Martino. Come dire: se la tv italiana fosse una squadra di calcio, questi due sarebbero i suoi campioni inossidabili, il duo dinamico che regala sorrisi e quiz al pubblico, tra balletti improbabili e battute a effetto.
Il prestigioso riconoscimento per la libertà di stampa va invece a La Stampa, che brinda a quella cosa ormai rara da trovare: un giornalismo libero, si dice. Il direttore Malaguti ci tiene a specificare che questo premio è un tributo al “lavoro collettivo”. Che sollievo sapere che i giornali non sono mica roba da eroi solitari, ma piuttosto l’esito di una “intelligenza collettiva”. Ovviamente, perché nell’era dell’egocentrismo digitale, il giornalismo rinasce solo se si mette insieme la testa e ci si scanna ogni tanto per raggiungere qualche verità (o almeno provarci). D’altronde, cosa mai sarà un giornale senza il prezioso contributo di un gruppo di cervelloni che si sopportano a vicenda?



