L’Ucraina lancia droni per mettere alla prova la pazienza di Putin e scatenare il panico mondiale sul rischio escalation

L’Ucraina lancia droni per mettere alla prova la pazienza di Putin e scatenare il panico mondiale sul rischio escalation
l’Ucraina ha deciso di alzare la posta in gioco puntando – letteralmente – alla gola di Mosca. Un attacco mai visto prima: droni a raffica hanno colpito a sorpresa il raffinatore di Gazprom, in piena capitale russa, scatenando un’esplosione da cartolina e una nuvola nera degna di un film catastrofico. È proprio il momento di mostrare a Vladimir Putin come si combinano droni e strategia, e in bella vista.

Questa non è solo una sparata: si tratta di un raffinato gioco di guerra high-tech che mette in scena la nuova capacità dell’Ucraina di lanciare attacchi a medio-lungo raggio, un po’ come dire “scegliete voi dove colpiremo, tanto sappiamo farlo ovunque”. Nel mirino ci sono anche le infrastrutture energetiche russe, colpi che suonano come un messaggio limpido: isolare la penisola di Crimea, annessa nel 2014 da Mosca tra applausi internazionali praticamente pari a zero.

Nel frattempo, gli scenari politici giocano a favore di Kiev. L’ex presidente americano Donald Trump ha lasciato qualche spiraglio per un nuovo sostegno degli Stati Uniti, mentre l’elezione del premier ungherese Péter Magyar ha rimosso un altro fastidioso blocco all’ingresso ucraino nell’ambito dell’Unione Europea. Il tutto condito dalla mossa mediatica di Volodymyr Zelenskyy, che con una lettera aperta a Putin ha finalmente rovesciato il tavolo diplomatico, proponendo un faccia a faccia che ha scatenato più di qualche imbarazzo nella strategia russa.

Chris Granville, direttore di TS Lombard, fa notare – con la delicatezza di chi ha appena visto il duello con le pistole fumanti – che l’esito finale è imminente e, di conseguenza, i rischi di escalation sono dietro l’angolo. Altro che pace mondiale. Come ciliegina sulla torta, un accordo temporaneo tra USA e Iran ha catapultato di nuovo la guerra Russia-Ucraina al centro degli interessi geopolitici, mentre il prezzo del petrolio in picchiata fa tirare un sospiro di sollievo ai consumatori – e un colpo nel portafoglio a Mosca.

Certo, la faccenda non è così semplice. Gli esperti puntualizzano che l’Ucraina deve fare i conti con una difesa aerea ridotta all’osso, un dettaglio trascurabile solo per chi si accontenta delle apparenze. E mentre l’escalation sembra essere dietro l’angolo, Russia ha tutte le carte in regola per alzare ancora il livello dello scontro.

Grégoire Roos, direttore dei programmi Europe, Russia e Eurasia presso il prestigioso Chatham House, definisce l’attacco drone alla raffineria di Mosca come “lo sviluppo più interessante dell’ultimo anno”. Nulla come un incendio nero e fumo denso può raccontare la crescita della sicurezza militare di Kiev. Una lezioncina su come colpire dove fa più male: nelle entrate energetiche di Russia.

“La situazione è tutt’altro che rosea per Mosca. Il numero delle piccole e medie imprese in bancarotta è in aumento,” commenta Roos, aggiungendo un dettaglio succulento: l’inflazione ufficiale russa a metà giugno è un modesto 5,6%, contraddetta però da rapporti svedesi che sospettano una manina sul dato, con cifre reali che potrebbero volare fino al 15%. Un misero scherzo per la superpotenza del gas, insomma.

Paradossalmente, nonostante il prezzo del petrolio abbia toccato vette siderali durante l’esplosione mediorientale, Russia non ha pensato di aumentare la produzione, godendosi sì i guadagni ma limitandosi ad accogliere quanto il mercato concedeva. Questa strategia prudente fa sembrare il bottino da guerra un po’ più modesto di quanto si voglia ammettere.

Per chi si chiedesse se Putin possa venirne fuori senza perdere la faccia – e forse il potere – Roos risponde con un paragone da brivido: “È come scalare una montagna ad alta quota. Quando hai imboccato quel sentiero, tornare indietro è impossibile. E questo spiega perché l’Europa dovrebbe dormire con un occhio aperto: i rischi di escalation sono sempre dietro il cespuglio”.

Nel frattempo, il vice ministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov annuncia di aver notato “segnali di un cambiamento” nell’approccio dell’amministrazione Trump riguardo agli accordi discussi nel vertice di Alaska. Niente panico: almeno finché lo show politico americano continua a regalarci colpi di scena, in questa guerra dalle mille sfumature e zero certezze.

Mosca che la chiamano “guerra lampo”, non una maratona infinita con intermezzi di crisi di carburante. L’agenzia statale russa Tass ha riportato commenti di un certo Ryabkov, che sembrano emanazioni di una frustrazione montante a Kremlin, anche se, ovviamente, le trattative con gli Stati Uniti devono andare avanti, perché annunciare la pace sarebbe troppo semplice.

Ma perché proprio la Crimea si ritrova sotto pressione? Natia Seskuria, esperta in questioni di sicurezza russa e eurasiatica presso il think tank londinese RUSI, ci illumina con la sua analisi. Secondo lei, la campagna ucraina a medio e lungo raggio condotta con droni contro la Russia non è mica un dettaglio trascurabile.

Per l’Ucraina, nelle parole di Seskuria, “si tratta di dimostrare ai russi che il prezzo di questa guerra non fa che salire, e non solo per il regime di Putin, ma per la gente comune.”

Seskuria ha inoltre aggiunto:

“Per molto tempo Putin ha rassicurato la sua popolazione che la Crimea era un luogo sicuro, lontano dalla guerra, e ora si trovano a fronteggiare la peggior crisi di carburante dell’ultimo secolo.”

Nonostante le restrizioni – da simpatiche limitazioni di venti a cento litri di carburante per veicolo a una sospensione totale nelle stazioni occupate – la normale routine continua, almeno a Mosca. Che magica capacità di fingere che tutto sia a posto, vero?

Seskuria è cauta nel fare previsioni definitive su quanto l’Ucraina riuscirà a isolare la penisola; tuttavia, attacchi continui certamente renderanno più complicata l’offensiva estiva di Mosca. Guaio grosso.

Quando l’”escalation” diventa parola d’ordine

Siamo quindi arrivati al gran finale, o perlomeno così sembra. Christopher Granville, direttore di TS Lombard, ha regalato ai media qualche perla di saggezza telefonica: “Il gioco finale è vicino, e infatti rischiamo un’escalation bella tosta.”

L’agenda territoriale della Russia sembrerebbe ridursi all’angolo nord-occidentale del Donetsk, ultimo avamposto del Donbas di cui pretendere possesso. Granville ha spiegato candidamente che potrebbe volerci anche mezzo anno per conquistare “uno o due posti” di quegli ultimi brandelli, con due città, Kostyantynivka e Lyman, che sarebbero praticamente già cadute nell’esercito invasore.

In attesa che cedano anche Kramatorsk e Sloviansk, un altro paio di città resta ancora da guadagnare per chi sogna vittorie facili.

Granville non si lascia andare a illusioni: potremmo stare guardando a un orizzonte di 12 mesi per l’esito finale. Fantastico, una guerra lunga un anno per raggiungere qualche località poco attraente. Senza contare la possibilità che il caro Putin si accontenti di un armistizio su fronti molto meno ambiziosi, semplicemente perché Logistica e società russe non reggono più.

Insomma, tra un blocco e l’altro, tra una crisi di carburante e un attacco di droni, sta diventando tutto un po’ come una soap opera russa: drammi, colpi di scena e l’eterno tentativo di far finta che nulla stia realmente precipitando.

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