Che gioia, il brillante scenario dello Stretto di Hormuz, quel minuscolo corridoio marittimo che gestisce circa il 20% del traffico mondiale di petrolio, si trova di nuovo in stallo. Naturalmente, quando un conflitto tra Stati Uniti e Iran esplode e il blocco di una delle vie più strategiche al mondo è all’ordine del giorno, non aspettatevi una navigazione tranquilla. Al 21 giugno 2026, petroliere e cargo galleggiano in attesa fuori dal porto di Muscat, nel Oman, mentre il mondo si rilassa guardando il traffico bloccato.
La brillante notizia ci arriva da Windward, la società di intelligence marittima che ha annunciato il blocco dello Stretto di Hormuz, nonostante le petroliere iraniane continuino imperterrite a navigare in quelle acque ristrette come se nulla fosse. Ah, la magia dell’autocontrollo! Dopo un momento di lieve sollievo, quando sembrava che il memorandum di 14 punti firmato tra USA e Iran potesse aprire i rubinetti del petrolio, ecco tornare il blocco; le candeline della festa sono già spente.
Un’analisi di Windward racconta una scena degna di un film noir: solo 12 navi sono passate nello Stretto domenica, un crollo netto rispetto alle 21 del giorno precedente. Ma la parte più interessante è che molte di queste imbarcazioni erano “scure” – per chi non lo sapesse, significa che hanno disattivato il loro transponder AIS per sembrare… fantasmi galleggianti. Perfetto per un traffico commerciale trasparente e regolare, vero?
Windward commenta con ironia: “Il profilo attuale del traffico è un mix dark, sanzionato, legato all’Iran, più simile allo stallo pre-blocco che a uno Stretto funzionante e aperto.” Insomma, un vero capolavoro di trasparenza e coerenza, come una poesia criptica recitata da un stalker fiscale.
Nel frattempo, il gigante dell’intelligence commerciale Kpler annuncia che giovedì scorso almeno 20 petroliere hanno osato attraversare lo Stretto, il massimo dal 2 giugno, ma ancora un flop se confrontato a prima della guerra, quando passavano più di 100 navi al giorno. Ma chi tiene il conto quando la situazione è così delicata?
E come ciliegina sulla torta, un’analisi di Lloyd’s List, altro pezzo grosso della lettura marittima, conferma che il traffico commerciale ha continuato a scorrere nel weekend. Quindi, o l’Iran ha inventato un nuovo tipo di blocco invisibile, o è semplicemente bravissimo a raccontare storie a proprio uso e consumo.
Sabato, Teheran ha annunciato solennemente la chiusura dello Stretto, citando violazioni del cessate-il-fuoco causate da Israele nel Libano meridionale. L’esercito americano ha risposto stizzito: “Lo Stretto rimane aperto e l’Iran non controlla questa via d’acqua.” Parole che, considerando la presenza di almeno 15 petroliere iraniane attive al largo del Golfo dell’Oman, suonano un po’ come una barzelletta da bar.
Trattative in Svizzera: pace, per favore?
In mezzo a tutto questo caos, la melting pot alpina della Svizzera fa da sfondo a nuovi colloqui di pace tra USA e Iran. Il loro obiettivo? Tradurre quel memorabile memorandum di intesa in un vero accordo finale entro 60 giorni, con un comitato dedicato a mettere fine alle ostilità, soprattutto in Libano, dove Hezbollah (sostenuto dall’Iran) e Israele continuano a far brillare i fuochi d’artificio.
Un ufficiale pakistano e uno iraniano, presenti alle trattative a Bürgenstock, hanno descritto il dialogo come “costruttivo ma teso”, un mix perfetto per accordi duraturi e senza sorprese.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si è furbescamente vantato di aver ottenuto esenzioni per esportazioni di petrolio e prodotti petrolchimici, la fine del blocco portuale e lo sblocco di alcuni beni congelati, promettendo pure un piano di ricostruzione e sviluppo. Una vera favola per i tempi moderni, con annesso lieto fine ancora da verificare.
Naturalmente, Donald Trump, sempre impeccabile nel dramma social, ha minacciato nuove aggressioni: “L’Iran deve smettere subito di usare i suoi proxies pagati a peso d’oro in Libano, altrimenti li colpiremo ancora più duramente della settimana scorsa!” Un ultimatum che lascia intendere quanto la diplomazia sia nelle mani di chi ama i fuochi d’artificio politici.
Il vicepresidente americano, JD Vance, capo delegazione a questi giochi di potere svizzeri, ha espresso ottimismo glissando sull’ultima minaccia iraniana di chiusura del Canale di Hormuz. Con quella tranquillità da chi ha fatto pace col caos, ha dichiarato: “Queste cose sono sempre un po’ complicate.” Ovvero, preparatevi a un altro giro di montagne russe senza cinture di sicurezza.
In conclusione, mentre il mondo osserva questa commedia diplomatica tra guerra e pace, le petroliere restano dove sono, la politica del ‘facciamo finta che’ regna sovrana e lo Stretto di Hormuz continua a essere il teatro perfetto per chi vuole vedere la realtà con una lente distorta. Chissà cosa ci riserverà il prossimo atto.



