Il calcio moderno tra caos, drammi e regole che cambiano più spesso delle maglie

Il calcio moderno tra caos, drammi e regole che cambiano più spesso delle maglie

Il Mondiale, come sempre, si conferma un formidabile strumento per svelare la nostra presunta “evoluzione” sociale, dimostrando ogni quattro anni che, in realtà, siamo un po’ peggiorati rispetto alle rosee speranze che ci avevamo fatto. Ma se proprio ci ostiniamo a guardare con occhio lucido, magari scopriamo anche qualche piccolo, misero miglioramento personale. Certo, a patto di evitare il conforto del buonismo e di mettere da parte ogni indulgenza. Ecco, siamo a metà del girone e già il campo da gioco si è trasformato in un’arena dove si sono scatenate discussioni degne di un romanzo d’appendice: si discute del valore della paternità al “minuto zero”, una delle più celebri analiste tattiche – donna, ovviamente – è stata relegata in cucina, mentre le mogli giapponesi, stanche della parata da “giganti dell’ordine” dei mariti ripresi dalle telecamere, sembrano aver detto basta.

Insomma, se ci osserviamo così, inflessibili e senza smancerie, la nostra specie non sembra certo pronta a compiere quel passo evolutivo che ci piacerebbe tanto raccontarci. Viene però spontaneo chiedersi se questo mese e mezzo di “calcio globale” non riesca a far emergere la nostra natura più becera con una rapidità da far invidia a qualsiasi reality show, e improvvisamente scatta il solito, noiosissimo duello “Venere contro Marte”. Una contrapposizione che ha fatto il suo tempo e che, invece di evolversi, rimugina stancamente i soliti luoghi comuni. Ma poiché restiamo irriducibilmente ottimisti sul genere umano (e sul calcio come improbabile forma di comunità), merita perlomeno considerare qualche caso specifico per capire se questa presunta separazione netta fra uomini e donne sia, in fondo, solo un mezzo pasticcio che ci rimescola tutti in modo più o meno casuale.

Il ‘Baby Dilemma’ e il paradosso della paternità

Prendiamo Jeremy Doku, attaccante belga e promessa del Manchester City. Il tipo ha avuto la brillante idea di dichiarare, senza alcun clamore ma con assoluta maturità, che lascerà il Mondiale per assistere alla nascita del figlio, più o meno prevista durante i quarti di finale. Una decisione ovvia, logica e personale, che a ogni altro sportivo sembrerebbe normale ma che qui ha scatenato un pandemonio mediatico davvero anticipatore del 2026.

Inutile dire che questa scelta privata è stata sottoposta alle solite polemiche patetiche: allenatori, ex nazionali e giornalisti, con un astio che rasenta l’assurdo, si sono messi a discutere del “dovere calcistico” contro l’“impegno familiare”. Ma lo scandalo si è amplificato quando una giornalista di un canale francese ha osato mettere in discussione la sacralità di questa scelta paterna. Sì, avete capito bene: il solo fatto che una donna – potenziale madre – possa esprimere un’opinione critica sul “mito” della nascita che richiede la presenza paterna ha fatto esplodere un coro di indignazione degno di un campionato di tifo da stadio.

È bastato che parlasse lei per far emergere, finalmente, il fatto che nei prossimi campionati il ruolo del padre sarà considerato diversamente: non più un ostacolo al risultato sportivo, ma un elemento sociale. Che grande scoperta? Peccato che la polemica rimanga stupida e ben lontana da una reale riflessione. Doku farà semplicemente quello che gli pare, e questo non ha niente a che vedere con le solite categorie binarie di “uomini contro donne”. Se mai, il vero errore sta nell’ostinarsi a volerli mettere da parti opposte, come se la realtà fosse così semplice.

Emma Hayes e la lavagna in cucina: la tattica ridicolizzata

Passiamo a una delle figure più autorevoli del calcio femminile: Emma Hayes, allenatrice del Team USA e star indiscussa nelle analisi tattiche. Di certo non manca di talento, e lo dimostra ottimamente usando la buona vecchia lavagna nera con il gesso – uno strumento vintage che sembra quasi un affronto al glamour televisivo moderno. Ma, udite udite, l’hanno piazzata… in cucina. Sì, avete letto bene: non uno studio, non un set professionale, bensì una cucina domestica, forse pensata come battuta ironica, ma che invece ha suscitato reazioni di protesta degne di una rivolta popolare.

La bacchettata correttiva? Hanno cambiato la lavagna tradizionale con una versione “moderna” con calamite ma la cucina è rimasta, come se spostare una superficie scrivibile potesse davvero cambiare la sostanza di un setting così ridicolo. Di fronte al rumore di fondo, Emma ha cercato di mantenere le sue analisi, ma è stata costretta a diluire il tutto in commenti sfuggenti piuttosto che in risposte precise: “Se invece di concentrarci su dettagli irrilevanti guardassimo l’azione e i movimenti…”. Quanta “profondità”. E mentre assisteremo a questo teatrino, basterà ricordare che solo tre anni fa neanche avremmo minimamente pensato a una roba simile.

Il Giappone e la facciata della civiltà

Tutti impazziscono per il Giappone, quel paradiso terrestre dove i tifosi raccolgono diligentemente la spazzatura lasciata alle spalle. Video che fanno il giro del mondo con tanto di cuoricini e commenti nostalgici. Peccato che a casa, i giapponesi stessi abbiano rimandato i “fan” occidentali a casa con un sonoro: “Cominciate a pulire le vostre strade”. Un poster ironico mostra infatti il confronto tra un signore con il sacco dell’immondizia allo stadio e il suo alter ego domestico: stravaccato sul divano, mentre qualcun altro passa l’aspirapolvere. Insomma, non è che siano così diversi da noi, semplicemente qui non si vuole mostrarlo né accettarlo.

Il Mondiale, oltre a dipingere un quadro impietoso di noi stessi, resta comunque una lente efficace. Dove, all’edizione successiva, magari riusciremo a scorgere qualche passo avanti, non solo nel gioco, ma anche – e soprattutto – nella nostra presunta “civilizzazione”. Certo, per adesso va bene anche se ce ne accorgiamo solo al replay.

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