Femminicidi secondo Vannacci: la lezione che non sapevamo di dover temere

Femminicidi secondo Vannacci: la lezione che non sapevamo di dover temere

Le affermazioni di Roberto Vannacci, che sostengono con grande immutabile semplicità che «il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri», mettono a dura prova anche i principi più basilari del nostro ordinamento giuridico. Apparentemente, per lui, distinguere un omicidio mediato da dinamiche di genere e potere da un semplice “atto di violenza” sarebbe un rebus degno di sfuggire a qualsiasi logica legale, tecnica o criminologica.

L’errore – si fa per dire, perché è proprio la quintessenza dell’ignoranza giuridica – risiede nell’idea geniale che, dal momento che il risultato finale è sempre una vittima, allora quale differenza fa il movente? Nel regno dei sogni, forse, ma nel diritto penale l’uguaglianza non significa certo trattare però tutte le situazioni come se fossero fotocopie l’una dell’altra. Al contrario, riconoscere le differenze è il pane quotidiano dell’ordinamento: per questo esistono reati distinti, per questa ragione la legge punisce diversamente le condotte criminali in base al contesto e alle motivazioni.

Perché allora una fattispecie autonoma come il femminicidio? Proprio per punire quella particolare dinamica perversa che intona un’odiosa sinfonia di possesso e sottomissione, lontana anni luce dalla semplice brutalità che può esserci dietro un omicidio “comune”. Dire che distinguere i reati equivalga a pesare il valore della vita in base al genere è non solo un’affermazione da bar dello sport ma un argomento tecnicamente privo di senso.

La dignità della persona resta intoccabile, ma lo Stato ha il fondamentale compito di riconoscere le specificità delle condotte illecite per poter intervenire con misure adeguate. E se il femminicidio venisse “appiattito” nella categoria degli omicidi generici? Addio protocolli preventivi, addio strategie tempestive, addio tutela mirata. Insomma, si chiuderebbe il rubinetto della prevenzione per un fenomeno che non riguarda un segmento sociale, una cultura o una classe, ma attraversa in modo trasversale tutta la società.

Basterebbe guardare lo schema quasi rituale della maggior parte dei femminicidi: il controllo ossessivo sulla donna e l’intollerabile rifiuto di accettare la fine di una relazione – o, udite udite, anche solo un “no”. Questa regolarità è stata la pietra angolare su cui il Parlamento ha costruito riforme come il “Codice Rosso”. Senza riconoscere questo modello, buona fortuna a chi vuole prevenire o inseguire queste tragedie con strategie efficaci o addirittura creare pool specializzati nelle Procure.

I detrattori, dalle loro torri d’avorio, si chiedono perché non ci siano corsie preferenziali anche per gli omicidi di uomini, minori o anziani. Ah, la vecchia scusa della parità di trattamento! Ecco un segreto: non è questione di valore della vita, bensì di natura e contesto criminale. Gli omicidi maschili spesso nascono da dinamiche delinquenziali completamente differenti: criminalità organizzata, litigi economici, risse. Questi vanno contrastati col pugno di ferro della sicurezza e dell’intelligence. Il femminicidio invece è un’escalation domestica, prevedibile e potenzialmente prevenibile.

Sì, in casa, dove le violenze verbali, psicologiche, economiche e fisiche si accumulano come un uragano prima del disastro. E proprio per questo il nostro ordinamento – magico a modo suo – si conforma alle stringenti indicazioni della Convenzione di Istanbul, ratificata dal nostro paese nel 2013. Un trattato che dettò le famigerate “quattro P”: prevenzione, protezione, perseguimento e politiche integrate.

Introdurre il femminicidio come reato specifico non è un capriccio ideologico, ma un atto pragmatico per dotare l’Italia di uno strumento efficace a difesa delle vittime e per evitare conseguenze irreparabili. Un consiglio aperto a Roberto Vannacci e agli interessati: si dedichino ai video del convegno del 18 settembre 2025 al Consiglio Superiore della Magistratura, intitolato «Dall’educazione alla prevenzione: le istituzioni a confronto per un efficace contrasto alla violenza sulle donne». Magari, con un po’ di buona volontà e un pizzico di coraggio intellettuale, potranno scoprire che la realtà è un po’ più sfumata di quanto lasciasse intendere una frase buttata lì con tanta nonchalance.

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