Che gioia assistere all’ennesima puntata del “gioco delle colpe farmaceutiche” tra Stati Uniti e Germania. Questa volta, i bastioni della libertà hanno deciso di indagare sulle politiche farmaceutiche teutoniche accusandole di “persistente sotto-pagamento” per i medicinali, ovvero come mantenere i costi sanitari alle stelle senza prendersi la briga di aprire il portafoglio a sufficienza.
Il rappresentante commerciale americano, Jamieson Greer, ha espresso con la dolcezza di un orso in letargo tutto il suo disappunto verso il piano della Germania di mettere un freno alla spesa sanitaria galoppante, specie quella destinata ai farmaci. Al netto di una crisi sanitaria mondiale, il signor Greer non si risparmia:
“Il presidente Trump ha chiarito che i pazienti americani non dovrebbero farsi carico di una quota sproporzionata della ricerca e sviluppo farmaceutica globale.”
Chiaro e tondo come l’acqua di fonte… peccato che proprio gli Stati Uniti siano i primi a pretendere che gli altri Paesi paghino di più mentre loro oscurano i prezzi con politiche che sembrano uscite da un episodio di una soap opera americana.
Non manca la chicca finale del rappresentante statunitense che si dice “particolarmente preoccupato” per il progetto di legge tedesco che dovrebbe limitare ulteriormente la spesa per farmaci innovativi, definendolo addirittura “un serio passo indietro”. Una dichiarazione degna del miglior comico: come se la volontà di cercare di controllare la spesa pubblica in un sistema sanitario in crisi fosse un reato da condannare con sentenza irrevocabile.
Per chi fosse curioso, la Germania ha proposto ad aprile una profonda riforma del sistema di assicurazione sanitaria, nel tentativo quasi disperato di alleggerire la pressione sulle finanze pubbliche, ormai schiacciate da aumenti vertiginosi della spesa per la salute.
Tra le varie “misure di risparmio” troviamo sconti maggiorati imposti ai fondi assicurativi da parte dell’industria farmaceutica, una mossa che ovviamente ha fatto suonare i campanelli d’allarme nelle sedi di molti colossi farmaceutici, pronti a minacciare ritiri o ritardi nella distribuzione di nuove terapie sul mercato tedesco. Un ricatto tanto velato quanto squallido, che però sembra molto efficace in questo teatro delle contraddizioni.
Nel frattempo, la bozza legislativa è impegnata a sopravvivere al percorso parlamentare, mentre oltreoceano la faccenda assume tinte più drammatiche: è stata lanciata un’inchiesta americana ai sensi della famigerata Sezione 301 del Trade Act, una norma che consente a Washington di prendere misure unilaterali contro quei paesi accusati di pratiche commerciali scorrette che “pesano” sui commerci statunitensi.
Greer tiene a ribadire che gli alleati commerciali devono farsi carico della loro “giusta” quota per finanziare la ricerca sui nuovi farmaci ed è proprio dopo mesi di “discussioni” con Berlino che è scattato l’ennesimo campanello d’allarme a stelle e strisce.
Non dimentichiamo la perla della politica americana dello scorso anno: la cosiddetta regola “Most Favored Nation” (MFN), una politica farmaceutica tutta da ridere che allinea i prezzi dei farmaci negli Stati Uniti a quelli più bassi registrati all’estero. Spiega tutto e niente: un modo elegante di dire “pagate di più, ma non volete? Tanto ce la prendiamo comunque come ci pare”.
Nel frattempo, nessun commento ufficiale arriva dal Ministero della Salute tedesco, probabilmente impegnato a mandare in stampa la prossima puntata di questa commedia di interessi e ipocrisie internazionali.



