Che gioia immensa il ritorno alla “buona vecchia” politica dei tempi gloriosi! Domenico Furgiuele, ex leghista e ora fedelissimo di Roberto Vannacci, ha deciso di inaugurare la sua nuova casa politica con un affettuoso “cari camerati”. Eh sì, perché nulla dice “democrazia moderna” come una bella stretta di mano in stile anni ’30. Durante l’assemblea costituente di Futuro Nazionale a Roma, Furgiuele non si è certo risparmiato, rievocando con nostalgia valori intramontabili come “Dio, patria e famiglia”. Strano sentirli tutti insieme nell’era del #Metoo e della globalizzazione, ma evidentemente qualcuno pensa che il passato fosse effettivamente “meglio” – o almeno più facile da citare senza che il pubblico scappi via.
E quale modo migliore per chiudere il suo intervento se non con un altro colpo di classe? Furgiuele si è congedato con un militare saluto – perché l’armonia e la pace sono sopravvalutate – accompagnato dalla speranzosa frase “Coraggio chiama coraggio e vittoria chiamerà la vittoria”. Tanto per non lasciare dubbi sul tono epico e apertamente marziale della serata.
Ma non è finita qui. Il vero tocco di classe arriva dal palco, quando il futurista toscano Lorenzo Gasperini si è lanciato in un imbarazzante “Cari amici, cari camerati, si può dire?”. Eppure, inutile sottolineare che tra gli applausi scroscianti dei presenti, la risposta è stata più che positiva. Un piccolo momento di fratellanza nostalgica che lascia chiaramente intendere dove questa nuova formazione intenda andare a parare: dritta dritta nel glorioso immaginario della destra radicale. Niente di meno.
Simboli, parole e un salto indietro nel tempo
Ora, la domanda sorge spontanea: perché rispolverare termini e simboli che, diciamolo, il buon senso avrebbe invitato a mettere in soffitta da tempo? La scelta di chiamare “camerati” i membri e simpatizzanti di Futuro Nazionale non è solo un vezzo linguistico, ma un chiaro indice di intenti politici e culturali. È un modo per richiamare alla memoria un periodo storico controverso, ma soprattutto per schierarsi in un campo ben preciso, senza troppe ambiguità.
Non è infatti un mistero che la destra radicale, tra crisi economiche, smarrimento identitario e social network, stia cercando un rinascimento usando proprio quel gergo e quei simboli che una larga fetta della società sperava fossero stati definitivamente archiviati. Il tentativo è un revival, qualcosa di aggressivo e spartano, che promette “ripulire e rifondare” secondo i principi immutabili e, al solito, un po’ obsoleti di Dio, patria e famiglia.
Nell’Italia di oggi, però, questo tipo di scenari non può non provocare qualche alzata di sopracciglio. Se la politica, in teoria, dovrebbe evolversi, dialogare e includere, qui si torna a marciare sui passi di un passato che ha lasciato cicatrici ancora ben visibili. Un passato che pure molti sembrano ormai guardare con riguardo, quasi come se fosse la formula magica per risolvere tutti i guai moderni. Spoiler: non lo è.
Il paradosso dei “valori immutabili” in un mondo in frantumi
È divertente vedere come si invochino “valori sacri” come patria e famiglia, proprio mentre il mondo intero si sgretola sotto l’impeto di un capitalismo sfrenato, una crisi climatica senza precedenti e una società sempre più polarizzata. Pretendere di riparare tutto questo con un ritorno all’“ordine naturale” è un po’ come tentare di spegnere un incendio globale con un bicchiere d’acqua. Ma, in fondo, chi siamo noi per giudicare? Forse il vero coraggio è proprio questo: fronteggiare l’assurdo con la nostalgia e una manciata di slogan.
Così, si costruisce una nuova casa politica che si definisce “futuro” ma che guarda dritta al passato, con un linguaggio da caserma e un repertorio di valori che sembrano usciti da un museo delle cere della politica, con buona pace delle centinaia di milioni di italiani che sperano in un cambiamento vero, e non in un remake in bianco e nero.



