Lasciate che vi racconti la favola del calcio internazionale che supera ogni difficoltà, direttamente da Città del Messico, dove il presidente della Fifa Gianni Infantino ha fatto il suo solito show pre-Mondiale 2026, proprio alla vigilia della partita d’apertura tra Messico e Sudafrica allo stadio Azteca. In un tripudio di ottimismo, ha dichiarato tutto felice di aver “persuaso” la nazionale iraniana a partecipare al torneo, nonostante le mille complicazioni che nessuno era riuscito a prevedere né risolvere.
Ovviamente, il protagonista di questa epopea onerosa è l’eroica squadra iraniana, che rischiava di non partire, ma ha promesso con immensa determinazione – secondo Infantino – di prendere l’autobus o addirittura guidare da sola fino a Teheran pur di arrivare in tempo. Il presidente ha inneggiato allo “spirito del calcio”, quello che fa dimenticare la realtà (politica, diplomatica, logistica), facendo sì che il pubblico riempia gli spalti con entusiasmo travolgente, soprattutto per vedere una squadra che, guarda caso, nessuno voleva far venire. Che potenza!»
Il nostro caro presidente ha pure lamentato, come se fosse un dettaglio secondario, le “difficoltà” immense e l’impossibilità di controllare ogni aspetto, per poi concludere trionfalmente che la sua squadra (quella della Fifa, naturalmente) ha svolto un lavoro “di cui essere orgogliosi”. Bisogna pensare che sia un’impresa titanica convincere un intero paese a partecipare a un torneo mondiale, soprattutto quando si può contare solo sulle promesse di un autobus. Bravi davvero.
La storiaccia dell’arbitro somalo: un caso da manuale
Passiamo al capolavoro successivo: il caso dell’arbitro Omar Artan, il somalo “più bravo d’Africa” e aspirante protagonista ai Mondiali 2026, che invece è stato gentilmente rimandato a casa dagli Stati Uniti senza neanche poter mettere piede sull’aereo dello show calcistico. Il motivo? Secondo i solerti ufficiali americani, Artan sarebbe “associato a presunti membri di organizzazioni terroristiche”. Di fatto gli è stato negato l’ingresso al Paese perché per loro non era “idoneo”. Peccato che il diretto interessato sostenesse di avere tutte le carte in regola, compreso il visto corretto.
Infantino, ovviamente, ha definito la faccenda “spiacevole e sfortunata”, come se fosse il destino implacabile e non i regolamenti rigidi o la burocrazia internazionale più che selettiva. Ha poi precisato, con la solita modestia, che la Fifa “non può controllare tutto”, e che non sono certo loro i sovrani del mondo capaci di fare da arbitri anche tra gouverneurs e forze di polizia. Insomma, una scusa elegante per dire “me ne lavo le mani mentre il mondo va a rotoli”.
E se qualcuno ha osato domandargli se la Fifa stesse perdendo il controllo sul torneo, tra visti negati a 15 membri dello staff iraniano e l’arbitro somalo bloccato, ha risposto in perfetto stile: “Siamo un’organizzazione sportiva” e non abbiamo il potere di governare i governi. Davvero, chi avrebbe mai immaginato che il calcio fosse così poco governabile? Chissà perché sembra più facile far andare in finale una squadra che andare d’accordo con la burocrazia americana.
Quando il calcio diventa teatro politico (e la Fifa fa la parte del convitato di pietra)
È divertente (o tragico, a seconda dei punti di vista) notare come nel 2026, mentre la Fifa si vanta di organizzare “la festa del calcio globale”, tutto sia condito da intrighi politici, sospetti, restrizioni e guerre di visti. Dalla partecipazione dell’Iran che sarebbe dovuta essere impossibile fino alle beghe con il somalo Artan, quello che si sarebbe potuto giocare da manifesto del fair play si trasforma in una tragicommedia di incomprensioni e poteri limitati.
In questo contesto, l’idea che in un futuro prossimo – diciamo il 2035 – i Mondiali femminili si terranno nel Regno Unito, suona quasi come una promessa di stabilità e normalità, aspetti così rari nel calcio moderno che ormai fanno quasi tenerezza. Ma per ora, godiamoci questa sceneggiata da teatro dell’assurdo, dove la palla rotola sì, ma bene tra vincoli diplomatici, visti negati e autobus fantasiosi.
Ma, per favore, ditemi: immaginate che la Fifa detti al governo britannico chi può entrare nel paese e chi deve essere gentilmente gentilissimo nel restare fuori? A quanto pare, Gianni Infantino trova tutto questo più che normale, visto che ha invitato i media a “calmarsi e rilassarsi”. Ovviamente, non si trattava di un invito a starsene con le mani in mano: “Quando dico calmarsi, non intendo rilassarmi e non fare nulla. Intendo che stiamo lavorando”, ha precisato il gran capo del pallone mondiale. Nel frattempo, quel mondo “molto aggressivo” dove la sicurezza è “priorità assoluta” suona quasi come una minaccia, bisognerebbe solo capire verso chi.
Infantino e il suo rapporto con Donald Trump: un’amicizia a prova di mondiale. “Ho un ottimo rapporto con il presidente Trump. Ne sono molto felice”, ha dichiarato sorridendo nella sua conferenza stampa. Con quest’uomo potente al suo fianco durante il secondo mandato – perché, si sa, anche la seconda volta è quella buona – tutto è diventato magicamente possibile. “Senza il suo coinvolgimento e la sua partecipazione, penso che sarebbe stato, semplice così, impossibile organizzare una Coppa del Mondo negli Stati Uniti”, ha aggiunto con la solita modestia che lo contraddistingue. Al punto che Trump, da vero coach, ha subito capito l’importanza dell’evento e ha mobilitato la sua truppa per aiutare. Un piccolo miracolo di coordinazione governativa degno di nota.
Il Mondiale: solo 104 Super Bowl in un mese
Ci vuole coraggio a definirlo “l’evento più grande nella storia dell’umanità”, ma Infantino non si fa problemi a sommare metafore e numeri stellari. “Il Mondiale è come 104 Super Bowl in un solo mese”, insiste. E come dargli torto? Del resto, chi altri ha mai pensato a un paragone più esagerato eppure così convincente? Quando arriva a ringraziare i tifosi, che secondo lui saranno tra sei e sette milioni allo stadio e milioni di più in giro per le fan zone, il tono diventa quasi mistico: sono loro, i veri eroi del calcio. Il trofeo? “Il più iconico del mondo, il pallone che ognuno sogna di toccare”, dice lui, non senza una punta di commozione. E tutti noi dovremmo finalmente poter parlare di calcio, o almeno fingere di farlo, dato che è per questo che ci troviamo qui, giusto?
Il giornalista detenuto in Algeria, storia incompiuta
Ah, la politica internazionale e il sentimento umano! Infantino si mostra illuminato parlando del povero giornalista francese Christophe Gleizes, attualmente imprigionato in Algeria. “C’è un posto vuoto: quello di Gleizes, l’unico giornalista sportivo incarcerato al mondo”, lamenta. Forse con un atto di umanità – parola magica in questi circoli – spera che gli venga concessa la grazia presidenziale. E, perché no, magari potrà addirittura partecipare ai Mondiali. Una speranza che trasuda buon senso, ma anche un leggero sapore di retorica usata per dare un tocco di nobiltà all’evento e distrarre da questioni più scomode che, ovviamente, non riguardano il calcio.
Biglietti che costano meno degli spalti a una partita di football
Ora, veniamo al pezzo forte: il prezzo dei biglietti. Il nostro amato presidente ci tiene a rassicurare che pagare 60 dollari per assistere al Mondiale è quasi un regalo, perché è “il più basso tra tutti gli sport americani nelle fasi playoff”. Una bistecca di lusso a basso costo, insomma. Il prezzo medio, inferiore a 500 dollari, sembra quasi un affare se paragonato agli altri sport yankee, anche se forse solo i tifosi più convinti saranno disposti a tirar fuori il portafoglio senza perdere i sensi. Finora più di 6 milioni di biglietti sono stati venduti e, ovviamente, ce ne saranno sempre alcuni riservati alle squadre che andranno avanti nei turni successivi. La domanda? A dir poco “senza precedenti”: dieci volte superiore alle aspettative. Una folla di acquirenti a caccia della propria fetta di gloria sportiva o forse semplicemente della certezza di poter raccontare di esserci stati, mentre la bolletta torna a casa e fa tremare anche i più coraggiosi.



