Non c’è niente di più rassicurante per un gigante del petrolio come BP che cambiare tre volte CEO e presidente del consiglio in meno di tre anni. Un vero e proprio valzer della leadership, un balletto che sicuramente genera fiducia e stabilità agli investitori. Certo, la società sta tentando di riorganizzarsi dopo l’ultimo shock di fornitura energetica, ma ce lo immagineremmo meglio senza la drammatica appendice di questi cambi repentini alla guida.
Incredibilmente, a pochi settimane dall’insediamento di Meg O’Neill come CEO, nel maggio 2026 il presidente Albert Manifold è stato licenziato con effetto immediato e senza molte spiegazioni. Il consiglio ha citato «serie preoccupazioni» sulla governance, la supervisione e il comportamento. Dall’altra parte, Manifold dichiara di essere stato scaricato «senza preavviso e senza spiegazioni», respingendo con vigore qualunque accusa sul suo operato. Insomma, un licenziamento da manuale del disastro aziendale.
Mentre il caos regna sovrano in cima alla piramide, qualcuno tra gli investitori comincia a sollevare qualche preoccupazione più concreta rispetto alla classica ansia da nuova testa sul trono. Nick Mazan, stratega petrolifero del gruppo attivista ACCR, smonta senza pietà la scelta di Manifold e la gestione disastrosa del board, affermando che:
«Il processo di nomina sembra completamente fuori controllo. Nessuna società di grandi dimensioni dovrebbe trovarsi a contare tre CEO e tre presidenti in soli tre anni.»
Prosegue poi con un’analisi impietosa della situazione: «È lecito domandarsi se il consiglio attuale, dopo aver navigato in questo torbido periodo di turnover frenetico, sia davvero in grado di scegliere un nuovo presidente e mettere in discussione una strategia aziendale che punta tutto su aumenti massicci di spesa upstream.»
William Lin, vicepresidente esecutivo per le regioni e le soluzioni corporate della compagnia, nonché un pezzo da novanta storicamente legato a BP, sta per lasciare l’azienda entro l’anno, il che sembra il colpo finale di un restyling interno piuttosto forzato.
Brian Kersmanc, gestore di portafoglio presso GQG Partners e uno dei più grandi azionisti attivi di BP, è più zen e liquida così le dimissioni con un sorprendente ottimismo: «Credo che la direzione strategica generale e i progressi fatti finora contino molto più dei cambi di personale.»
Peccato che la realtà non sia così semplice. La guerra in Iran ha scatenato la più grande crisi di offerta petrolifera nella storia recente, mettendo fuori gioco i mercati energetici globali e obbligando le aziende a camminare sul filo del rasoio senza la minima possibilità di rivedere la produzione in tempi rapidi.
Kersmanc tenta di calare la sua cartina geografica tra la folla dei commentatori: «Il mercato è bloccato, la crisi offre pochi spazi per gli aumenti di produzione, e per questo BP appare un gigante con asset diversificati e solidi, ma valutato come se fosse una piccola società di shale americana.»
D’altronde, se l’industria non ha né la voglia né la capacità di aumentare la produzione energetica, gli unici numeri davvero interessanti diventano il flusso di cassa libero, che BP potrebbe aumentare, soprattutto se i prezzi dell’energia dovessero rimanere alti più a lungo.
Riorganizzazione sotto la lente d’ingrandimento
Meg O’Neill sta cercando di riportare l’azienda a un modello più classico, diviso tra upstream (estrazione di petrolio e gas) e downstream (raffinazione, terminali, biocarburanti e aviazione). La mossa è un evidente schiaffo alla strategia green e una marcia indietro dal sogno delle energie rinnovabili, riconsegnando a mani nude il cuore del petrolio e del gas.
Per governare questo ritorno alle origini, Gordon Birrell prenderà le redini dell’attività upstream, mentre Richard Harding guiderà l’unità downstream in maniera provvisoria, nell’attesa di un assetto definitivo. Nel frattempo, l’uscita di Lin sottolinea che tutto questo restyling non sarà indolore.
Il presidente ad interim, Ian Tyler, ha cercato di mettere una pezza sventolando fiducia e convinzione nella strategia: «Il consiglio e il team dirigente sono profondamente convinti della direzione strategica intrapresa, e la società sta agendo rapidamente per realizzarla.»
Parole di circostanza che più suonano come un disperato tentativo di rassicurazione, vista la girandola di cambi al vertice, mentre BP lotta per non perdere terreno in un mercato energetico globale sempre più turbolento e imprevedibile.
Che messaggio manda tutto questo agli investitori?
Maurizio Carulli, analista globale dell’energia, sintetizza bene la questione: il cambio al vertice e le fughe di dirigenti influenti non sono solo episodi isolati, ma campanelli d’allarme di una governance in difficoltà e di una strategia che potrebbe non essere così solida come si vuol far credere.
Insomma, mentre il mondo assiste all’eterna crisi energetica, BP sembra più impegnata a rimescolare le carte in tavola piuttosto che a trovare soluzioni efficaci. Una commedia tragicomica che però viene pagata a caro prezzo dagli azionisti, ormai stanchi di applaudire cambi di scena che allo spettacolo non aggiungono nulla.
Ah, l’eterna danza delle poltrone nel mondo scintillante del petrolio! La compagnia petrolifera BP ci regala un altro episodio di turnover di alto livello, perché, si sa, cosa sarebbe un gigante energetico senza un po’ di caos dirigenziale per tenere svegli gli investitori? La bellissima notizia? Un top manager se ne è andato. Il resto? Beh, nulla di troppo sconvolgente, almeno così ci dicono.
Il signor Carulli – la cui qualifica precisa è avvolta in un’aura di mistero quanto rassicurante – afferma con la solennità di un oracolo che questa uscita è soltanto un dettaglio nella grande macchina BP, una sorta di incidente di percorso senza grandi conseguenze:
“Anche se la notizia potrebbe sembrare negativa nel breve termine, bisogna ricordare che BP ha ricalibrato la sua strategia e fatto notevoli miglioramenti operativi nell’ultimo anno.”
Ovviamente, queste rivoluzioni strategiche sono frutto di un intero organismo razionale, non certo di una personalità singola: ecco il lusso della mediazione! Perché, se credessimo al contrario, preferiremmo forse una singola figura capace, ma no… Meglio un team indistinto e la sua sacra routine di cambi e poltrone.
John Browne, l’ex CEO della compagnia per ben 13 anni (quanto basta per conoscere le montagne russe dell’industria petrolifera), ha confessato a una trasmissione specializzata che i problemi che affronta BP non sono poi così sistemici. No, nulla di così romantico. Piuttosto un “aggiustamento di rotta” condito da una impellente voglia degli azionisti di far tornare l’industria agli antichi splendori, quell’epoca in cui i petrodollari scorrevano a fiumi senza troppi scrupoli.
Il futuro, secondo Browne, non si costruisce con guide da squadra B o da “A meno”, ma serve un leader con la maiuscola. E cosa ci racconta su Megan, il nuovo CEO? Attenzione, si rischia perfino un po’ di ottimismo… ma dosato e condito da doverose precauzioni:
“La conosco bene e le auguro buona fortuna, ma è troppo presto per giudicare se sia una vera leader di prima classe. Ha grandi potenzialità, ma non si può dire nulla finché la partita non è chiusa.”
Oh, che saggezza! Quasi si percepisce il respiro trattenuto di un’industria intera in attesa che il sipario si alzi o cali, mentre gli investitori fanno due conti tra un caffè e l’altro.
Le conseguenze per gli investitori? Siediti e rilassati (o forse no)
Niente di cui preoccuparsi per chi tiene il portafoglio in mano, dice la versione ufficiale. I tanti livelli di management garantiscono che l’uscita di un singolo, seppur importante, non faccia tremare i mercati. Parole confortanti, da pronunciare mentre si aggiorna il grafico in tempo reale per vedere se la borsa mantiene davvero la calma olimpica.
Il consiglio – che sembra un invito a non fare pasticci – è di affidarsi a un processo accurato nella designazione del nuovo presidente, un modo elegante per ammettere che forse qualcosa non ha funzionato la prima volta. Ma niente panico, mica stiamo parlando di una compagnia qualsiasi, questa è BP: stabilità, efficienza e una sana dose di show business dirigenziale assicurati.



