Scala in rivolta: quando i loggionisti decidono che lo show lo fanno loro

Scala in rivolta: quando i loggionisti decidono che lo show lo fanno loro

Ma allora, i teatri d’opera italiani non sono luoghi polverosi da museo, ma vivaci campi di battaglia, con tanto di polemiche roventi e perfino rivolte. Dopo il sette mesi di guerre alla Fenice a causa di Venezia, ora è la Scala di Milano a regalare emozioni con un classico intramontabile di dramma sociale: durante la prima di Carmen, a pioggia sono stati lanciati volantini dalla “loggia più popolare” della seconda galleria. Il motivo? Un caro biglietti che tocca la parte più fedele e classica della platea: quella del loggione.

Ovviamente non si tratta di aumenti blandi o simbolici, ma di un robusto rincaro che acuisce la “gentrificazione” in atto. Le trenta-sei sedie più ambite della seconda galleria, quelle centrali, sono passate dalla tariffa fucsia da 800 euro a un’eccezionale tariffa verde da 1.050 euro, un aumento del 31,25%. Numeri che parlano da soli, soprattutto se si considera che questo teatro si regge per circa un terzo sulle risorse pubbliche, con una missione di formazione culturale e sociale della collettività, come sottolinea il volantino dei ribelli.

Elena Sarati, consulente aziendale di 57 anni e veterana del loggione (in assoluto la prima volta alla Scala a tre anni e mezzo, grazie a genitori militanti), ci offre una perla di saggezza: “No alla gentrificazione della Scala”, frase che, pensate, è pure diventata slogan.

Prosegue con un’analisi da manuale di gestione teatrale “non proprio brillante”: “Non sono aumentati tutti i prezzi, solo quelli delle fasce più alte e delle gallerie. Quindi o siamo di fronte a un atteggiamento di incoscienza paterna o a un piano ben orchestrato per spingere fuori i fedelissimi spettatori storici, ossia quelli critici ed esigenti, per fare spazio a un pubblico più turistico e meno rompiscatole.”

Precisa pure che la forza della Scala è sempre stato il suo zoccolo duro di appassionati, che sorprendentemente si rinnova con giovani che corrono alle porte e occupano i posti. Non solo, a detta sua, è stata già una battaglia doverosa difendere la tradizione della coda per i biglietti venduti alla porta prima della recita: una gioiosa occasione di socialità e amicizie.

Ah, e dulcis in fundo: il posto in carrozzina per disabili a 270 euro, un’offerta che si spera sia un errore di battitura nel sito. Ma chissà, forse è il nuovo lusso per “l’accessibilità esclusiva”.

Alla domanda fatidica “E adesso?”, la risposta è un certo incline alla pacatezza civile: “La protesta continuerà finché non risponderanno.”

La parola alla difesa

Passiamo all’altro fronte: Paolo Besana, capo della comunicazione del megateatro milanese, scende in campo con numeri e giustificazioni che sembrano uscite da un manuale di diplomazia teatrale. Primo atto, la questione “carrozzina”: si scopre che il prezzo era davvero un errore e che il biglietto sarà 130 euro con accompagnatore gratuito. Già da qui una bella differenza dalla puttanata dei 270 euro.

Caro lettore, fino a questo punto ti aspettavi un rincaro clamoroso su tutto il teatro? E invece no: parliamo di 36 posti su un totale di 531, per cui la scalata media si limita a un “microscandalo” di 1,48 euro, passando da 45,56 a 46,94 euro per posto in galleria. Per la cronaca, i 150 mila spettatori su 450 mila totali usufruiscono di accessi agevolati. Inoltre, da quest’anno, i milanesi che non hanno mai messo piede alla Scala godranno del 50% di sconto. Insomma, la generosità non manca.

Un’osservazione da non sottovalutare: da dieci anni i prezzi sono stati solo un miraggio, mai aumentati, e non verranno toccati finché il sovrintendente Fortunato Ortombina sarà in carica. Peccato che questa morale venga raccontata mentre il bilancio è tranquillamente in attivo. Perché allora l’aumento?

Risposta ufficiale: “Siamo sul punto di rinegoziare il contratto di lavoro e in procinto di trasferire i laboratori dal centro storico al quartiere Rubattino. Il nuovo spazio è pagato dallo Stato, ma le spese di trasloco sono a carico del teatro.” Tradotto: non sono aumentati i prezzi per far cassa, ma per pagare i salatissimi trasferimenti interni. E meno male che un grande teatro italiano fosse una semplice questione di cartelloni e applausi, non di intrighi amministrativi.

Il confronto con l’Europa è un classico: la Scala è seconda solo al Festival di Salisburgo per il costo dei biglietti. Ma attenzione, il sovrintendente invita a guardare la montagna di contributi pubblici che ricevono teatri tedeschi e francesi, come se questo fosse un punto a favore e non una denuncia travestita di disarmante conformismo.

Insomma, una battaglia da fare insieme, “la Scala e chi protesta”, suggerisce il manager, come se al mondo dell’opera avessimo appena scoperto che tutti amano lamentarsi, ma nessuno vuole davvero cambiare.

Fino a ora, solo scontri frontali e nessuna apertura di dialogo. Una piccola osservazione: Milano è una delle due città al mondo (l’altra è Vienna) dove persino il tassista, che probabilmente non ha mai messo piede in teatro, si improvvisa esperto di drammi e scandali del teatro d’opera. La forza della Scala è sempre stata proprio quella di essere il luogo dove si incontrano tutte le fazioni della società, dai nobili snob fino alla gente comune; lo confermano perfino scrittori come Porta o Stendhal.

Peccato che questo rapporto quasi simbiotico con Milano stia evaporando più in fretta di una fortunata aria di Carmen. Non a caso, durante la rappresentazione, tutti intorno a me leggeva la traduzione del libretto in lingue che con l’italiano avevano poco a che fare. Segno evidente che la Scala non è più quella casa della città, ma si sta trasformando in una sorta di Disneyland portafoglio per turisti facoltosi. E indovinate un po’? Se davvero la Scala diventa solo questo, allora è ufficialmente spacciata.

Il rischio è più tangibile di quanto si voglia ammettere, e aumentare i prezzi, soprattutto per il loggione – quella che dovrebbe essere la platea popolare per eccellenza – è la mossa più brillante per accelerarne l’agonia. Si potrebbe sempre provare con tariffe differenziate per chi abita qui, visto che i milanesi (anche quelli che non mettono piede nel teatro) già finanziano la Scala con le loro tasse comunali e statali. Ma francamente, le regole comunitarie lo vieterebbero. Però, che importa? Quasi quasi si potrebbe tentare lo stesso. Insomma, una scala mobile per la Scala, che ci vuole?

Altrimenti, signori, la sentenza è chiara: in questa città per molti, anzi troppi, è diventato impossibile continuare a fare ciò che un tempo era un’ovvietà, come andare alla Scala. E il sipario cala, con applausi risicati e sguardi preoccupati da palcoscenico vuoto.

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