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Sedici anni di vergogna: la chiesa de L’Aquila resta un monumento all’inefficienza - Spreconi

Sedici anni di vergogna: la chiesa de L’Aquila resta un monumento all’inefficienza

Sedici anni di vergogna: la chiesa de L’Aquila resta un monumento all’inefficienza

Sedici anni. Una generazione intera è cresciuta tra le macerie, eppure la chiesa di San Benedetto a L’Aquila è ancora lì, abbandonata come un simbolo di promesse infrante e sperpero di denaro pubblico. Non una, ma due progettazioni, non uno, ma due finanziamenti approvati. Risultato? Zero cantierizero progressizero dignità.

Due progetti, nessuna pietà

Come si può spiegare l’assurdità di un iter così tragicomico? Primo progetto, grande annuncio: finanziamenti approvati, titoloni sui giornali, politici in parata con l’elmetto. Poi silenzio, immobilismo e l’inevitabile: i fondi “devono essere aggiornati”. Secondo progetto, altra fanfara: nuove carte, nuovi soldi, stessi proclami. Ma di nuovo, la chiesa è rimasta solo un cumulo di pietre, vittima di una burocrazia pachidermica e di un sistema che premia l’inerzia.

Effetti devastanti sui cittadini

Mentre le istituzioni giocano a rimandare, i fedeli della comunità si sono visti privare di un luogo di culto e aggregazione. Ma non è solo una questione di spiritualità: la chiesa rappresenta un pezzo della memoria collettiva, un simbolo che continua a ricordare a tutti l’indifferenza con cui viene trattato il patrimonio culturale italiano. I turisti passano oltre, i giovani crescono senza sapere cosa sia il rispetto per il proprio passato, e i cittadini non sanno se ridere o piangere davanti a questa farsa.

Le responsabilità di chi non muove un dito

La lista dei colpevoli è lunga e variegata: istituzioni localigoverno centralesoprintendenzetecnici incapaciditte che scompaiono. Ciascuno ha avuto il suo momento per peggiorare le cose. Ma il problema di fondo è un sistema che rende più semplice bloccarsi che costruire, dove i controlli servono solo a creare ritardi e nessuno paga per decenni di nulla assoluto.

Soluzioni? Forse tra un’altra generazione

Che fare? Servirebbe una rivoluzione, ma ci accontenteremmo di un minimo di buon senso. Magari una cabina di regia unica, meno burocrazia e più accountability. Ma tanto lo sappiamo tutti: si preferisce complicare piuttosto che semplificare. A L’Aquila, la vera sfida non è ricostruire: è abbattere l’inerzia cronica che sembra essere diventata la vera religione delle istituzioni.

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