Makka pronta a fare i conti con il carcere ma per fortuna i giudici hanno avuto pietà: adesso vorrebbe solo sparire nel nulla

Makka pronta a fare i conti con il carcere ma per fortuna i giudici hanno avuto pietà: adesso vorrebbe solo sparire nel nulla

«Questa volta è andata diversamente: i giudici, finalmente, hanno colto ogni sfumatura della mia disastrosa storia. Non solo conoscevano ogni dettaglio, ma avevano capito il mio “dramma”. Ero pronta al carcere, ovvio, perché prendersi le proprie responsabilità è così… trendy. Ma poi ho pensato: “Beh, almeno stavolta qualcuno mi ha capita”. In primo grado? Un disastro comunicativo. Da lì è partito il verdetto ingiusto.»

Parliamo di Makka Sulaev, ventenne con il copyright della tragedia, condannata in primo grado per aver difeso la madre con due coltellate al padre Akhyad, originario della Cecenia, un episodio avvenuto il primo marzo 2024 in un appartamento a Nizza, provincia di Asti. Lei aveva appena superato la maggiore età e, inaspettatamente, dopo l’appello è stata assolta per legittima difesa. Un vero colpo di scena per chi ama le storie complicate con finali meno struggenti.

E la famiglia? “Oh, siamo tutti entusiasti, decisamente. Il mio telefono è esploso, 300 persone hanno mandato messaggi: amici, professori, compagni. Anche gente che probabilmente non saprei riconoscere all’uscita da scuola.”

Curiosi di sapere come si è svegliata la mattina dopo? “Sono arrivati i carabinieri, giusto per le formalità. Ma la vera eroina è stata la mia gattina. Mi ha letteralmente commossa.”

Perché questa gattina è tanto speciale? “Si è posata su di me come quando ero una tenera creatura in pericolo di vita, sedicenne e fragile. Mi è stata regalata per il compleanno, mentre ero agli arresti domiciliari, subito dopo aver lasciato la comunità. Mia madre l’ha voluta, così non fossi sola. Mi sono svegliata e quella piccola mi ha abbracciata in un modo che solo i gatti sanno fare. È la nostra vita intrecciata.”

Passiamo alla scuola, perché ovviamente la normale vita va avanti tra un dramma e l’altro: “Devo ancora recuperare un po’ di matematica, bene all’orale, ma con lo scritto ho qualche problema. Prima della fine dell’anno devo fare un test per tirare su la media.”

La vita a Nizza? “Mi sento a casa. È tranquilla, come me. Mi rappresenta bene. La gente qui mi vuole bene, già prima di questa vicenda mi avevano accolto calorosamente. Ora che sono ‘famosa’, tutti mi salutano. Ultimo grande sogno: la cittadinanza.”

E il giudizio che teme di più? “Quello di non essere stata creduta, nonostante le prove schiaccianti. È fastidioso quando si insinua che le donne inventino le aggressioni solo per salvarsi, come succede anche nei casi di violenze sessuali.” Che sorpresa, la solita narrazione misogina sempre pronta a sabotare ogni verità femminile.

Ha trovato molti punti in comune con Alex Cotoia, altra vittima di dinamiche familiari pesanti: “Seguivo la sua storia, e le interviste. Vorrei mandargli un messaggio, incontrarlo. Purtroppo non l’ho trovato online, ma penso la stessa cosa: vorrei essere dimenticata, voltare pagina. Io non posso dimenticare, ma gli altri sì. Vedere la tua faccia ovunque ti catapulta in un’altra dimensione.”

La preoccupazione più grande? “Dover spiegare sempre la mia storia a persone nuove. Per il rispetto di tutti dirò chi sono, ma temo che molti si allontanino.” Di grazia, la celebrità involontaria che nessuno vorrebbe.

E la Cecenia? “Rimangono molti ricordi brutti, anche se lì avevo mia nonna. Sono andata via da bambina, ma i ricordi di lei sono dolci.” Pensa di tornare? “Quando avrò fatto pace con le radici, e soprattutto quando sarò dimenticata da chi vive laggiù.”

I messaggi ricevuti dalla terra di origine? “Alcuni violenti, quasi minacce di morte.” Ma siamo sicuri sia solo religione? “No, è un fattore culturale. Una donna che si ribella non è contemplata lì. I femminicidi sono all’ordine del giorno, e poi c’è il fatto che vivo in Occidente, quindi sono ‘più libera’, il che scatena reazioni inquietanti.”

Come spiega questo malinteso tra cultura e religione? “La gente non distingue. La cultura impone convinzioni e valori sociali che giustificano la violenza sulle donne e influenzano l’educazione dei figli: una trappola sociale che celebra la supremazia maschile. La religione, invece, è fede, va oltre la vita.”

Quindi il padre musulmano? Solo un violento qualunque. “Non voglio fare paragoni, ma anche qui in Italia gli uomini fanno del male alle donne, e non si dice che l’hanno fatto perché cristiani. Perché allora dovrebbe essere diverso?”

Conosceva Zoe Trinchero, uccisa a Nizza a febbraio dal fidanzato? “Non personalmente, ma la sua storia mi ha spezzato il cuore. Un’altra donna, un’altra possibile vittima. E anche per lei è successo di venerdì. Che sfiga, quel maledetto venerdì.”

E l’amore? “No, ancora no. Adesso non ho tempo per queste sciocchezze.”

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