Massimo Lovati, ex avvocato di Andrea Sempio, si diletta a rivoluzionare completamente la narrazione sull’omicidio di Chiara Poggi. Solo che questa non è una banalissima macchinazione locale, no: secondo lui, siamo alle prese con una vera e propria organizzazione criminale internazionale dietro la morte di Chiara. E non finisce qui, perché il nostro caro sicario avrebbe persino minacciato di morte Alberto Stasi, unico condannato per il delitto. Le sue “prove”? La bugia di Stasi sul ritrovamento del cadavere, l’assenza di un movente e—udite udite—l’arma del delitto che, ovviamente, non è mai stata trovata.
Un capolavoro di logica circolare, se così vogliamo chiamarla. È sorprendente come Lovati ribadisca l’innocenza tanto del suo ex assistito, indagato a sorpresa in questa nuova indagine, quanto di Stasi. Per lui, insomma, nessuno dei due ci ha messo mano: è stato un sicario fantasma, sicuramente più ficcante e furbo di chiunque altro, a portare a termine l’opera.
Il conduttore Giuseppe Cruciani, con la pazienza di un santo, gli chiede conferma di queste teorie bislacche, e Lovati non si tira indietro:
“Non posso svelare tutto—dice—perché sono imputato per diffamazione, ma vi assicuro che Chiara Poggi è stata assassinata da un sicario mandato da un’organizzazione criminale internazionale. Basta guardare i temi su cui lei stava lavorando prima di morire: pedofilia negli enti ecclesiastici statunitensi.”
Le “prove” più cristalline del secolo
Se vi aspettate che Lovati vi presenti il coltello o almeno qualche indizio concreto, preparatevi a restare delusi: la prova regina è una “bugia” di Stasi sul ritrovamento del cadavere (perdonate, ma non è che anche questo è stato giudicato e sviscerato centinaia di volte?), l’assenza totale del movente (perché, si sa, gli omicidi senza movente non esistono) e l’arma del delitto che, come per magia, non è mai riaffiorata. Sicuramente qualcuno l’ha nascosta con grande minuzia, proprio come quei sicari di Hollywood che si aggirano con maschere e minacce.
Lovati ne è così convinto che definisce l’omicidio un capolavoro di premeditazione perfetta, più che un femminicidio — ovviamente, secondo lui un “omicidio espressivo” non regge più il confronto con una trama internazionale degna del miglior thriller.
Nonostante tutto, Lovati dice di avere tutta una serie di “intuizioni” che derivano da una miriade di “tasselli” segreti, perché lui, mica come chiunque altro, sa leggere i segreti nascosti fra le righe. E se questo non bastasse, il nostro eroe aggiunge una ciliegina: Stasi, subito dopo l’omicidio, sarebbe stato minacciato di morte dal sicario in persona, che lui avrebbe pure “visto in faccia”, anche se potrebbe aver indossato una maschera. Evviva la certezza scientifica!
La nuova indagine o la farsa del secolo?
Come ciliegina sulla torta, Lovati sostiene che questa ennesima indagine non sia altro che un pretesto per richiedere la revisione del processo e la riabilitazione di Stasi. Insomma, secondo lui tutto questo bailamme serve solo a far uscire di prigione l’uomo condannato quasi vent’anni fa, perché «la Procura non sa più che pesci prendere». E poi, come per magia, Andrea Sempio non potrà mai finire a giudizio prima che venga effettuata una revisione che, ovviamente, deve passare attraverso un giudizio preliminare il più selettivo possibile.
Non è affascinante questa giostra di paradossi a cui vengono sottoposti i cittadini? Avere un colpevole in carcere, ma continuare a girare intorno al processo come un pesce che si morde la coda.
I “soliloqui” che valgono un processo
Lovati si scaglia anche contro i famosi soliloqui di Sempio, ovvero quei pensieri registrati che qualcuno vorrebbe trasformare in prove: «Non dimostrano niente», sentenzia lui, «Aprire un processo basandosi sui pensieri sarebbe il crollo della democrazia e della libertà individuale. Se così fosse, faremmo entrare tutti in galera». Parole sante, ma guarda caso, in tribunale questo tipo di “prova” spesso fa miracoli – beh, non per tutti, chiaramente.
Infine, una perla di saggezza locale, direttamente dalla deprimente Lomellina, dove pare che la “gente penda dalle labbra dei professionisti”. Se il veterinario dice che la mucca deve essere uccisa, anche se è sana, la mucca viene uccisa. Ovvero, in presenza di un parere autorevole, non importa se l’evidenza dice il contrario.
Per concludere, Lovati profetizza un lieto fine: Stasi sarà riabilitato e pure risarcito dallo Stato italiano, mentre – di che – i soldi versati ai Poggi glieli “regalerà”. Insomma, il cerchio si chiude, la giustizia trionfa e tutti vissero felici e contenti. Peccato che manchino ancora molte risposte e, soprattutto, prove concrete. Ma si sa, chi ha tempo da perdere dietro ai fatti quando si possono inventare complotti fantasmagorici?



