Il percorso che li ha condotti a questa fortuna degenerata è, come al solito, il solito refrain straziante: un lavoro precario, fragile come un castello di carte. Stefano ha un contratto a termine che finirà a luglio, condanna mascherata da opportunità che impedisce loro persino di affittare un misero alloggio, fosse anche un buco nel muro. Prima della discesa nel bosco, la coppia viveva a Canegrate, ospiti della madre di Stefano, intestataria del contratto d’affitto. Ma quando la signora se n’è andata per ragioni personali, la loro permanenza lì è svanita come neve al sole.
Così è iniziato il loro soggiorno permanente nel bosco: non una decisione romantica o un ritorno alla natura, bensì la sopravvivenza in uno scenario di incredibile precarietà. La loro dimora è una tenda recuperata chissà dove, accompagnata da qualche scialbo accessorio da campeggio. Giorno dopo giorno resistono alle intemperie, con Chantal che, in attesa, si arrangia con lavoretti saltuario e Stefano che si fa sfruttare in fabbrica, producendo scarpe non si sa bene per chi.
Sono gli eroi dell’improvvisazione: l’acqua viene spillata da una fontanella pubblica (che fortuna!), le “necessità” fisiologiche si espletano in piena aria aperta, e per il bucato un amico gentile si offre come lavanderia umana. La cucina? Una griglia posizionata sulle rovine di un ceppo. Insomma, un capolavoro di ingegnosità nella miseria.
La ciliegina sulla torta? Il Comune ne è pure al corrente. L’assessora alle politiche sociali, Franca Meraviglia, ha espresso un messaggio chiarissimo, tempestivo e rassicurante:
“La situazione è in evoluzione e non è il caso di parlarne oggi.”
Altro che risposte concrete: tattica dell’«evoluzione» per tener buoni i cittadini, mentre due esseri umani confinati in una tenda anziché in una casa continuano a galleggiare nell’incertezza. Un’immagine di inefficienza municipale che ci regala inedite risate amare sul cosiddetto stato sociale.



