Secondo i numerini di PitchBook, nel primo semestre si è già infilato nel carrello un megamix di operazioni per 106 miliardi di dollari spalmate su 201 accordi. Se la saggezza commerciale regge il ritmo, potremmo ritrovarci con uno strabiliante +250 miliardi entro fine anno, roba da far rimpiangere il 2019, quando il settore sembrava invincibile.
Rajesh Kumar, un esperto di punta in HSBC proprio nel settore Life Sciences, ha commentato con una sincerità disarmante:
“Le aziende farmaceutiche stanno comprando roba come se dovessero chiudere domani.”
Dopo un 2022 in cui sembrava che avessero messo la testa sotto la sabbia e un 2024 un po’ più timido con “solo” 114,8 miliardi in affari, il 2025 ha dato fondo alle scorte con 209 miliardi. E il 2026 spacca già tutto, anche se i tassi d’interesse si sono messi di traverso a causa dell’inflazione recente, ostacolando un po’ l’atmosfera di shopping sfrenato.
Kumar non si nasconde il fatto che la prima metà del 2026 sia stata leggermente più propizia rispetto a oggi, ma l’entusiasmo è palpabile.
Quella mania irresistibile dei piccoli acquisti “a effetto” (bolt-on deals)
La gran parte dei soldi finisce in acquisizioni strategiche e piccoli “aggiustamenti” nel portafoglio, mentre i più robusti leveraged buyouts sembrano non essere più la prima scelta di comando. Evidentemente, consolidare la propria posizione comprando singoli prodotti più che intere linee è più sicuro e meno indigesto alle autorità antitrust, così da evitare fastidiose grane legali.
Nanna Lüneborg, partner generale in Forbion, una società di venture capital specializzata in scienze della vita, ci illumina con la sua saggezza sull’argomento:
“Le grandi aziende farmaceutiche preferiscono acquisizioni ‘bolt-on’ tra 1 e 5 miliardi di dollari, come quella di poco tempo fa da parte di GSK, che ha sborsato 2,2 miliardi per RAPT Therapeutics. I mega-merger da 10 a 20 miliardi sono sempre più difficili da gestire.”
Si tratta di operazioni chirurgiche, mirate a qualche prodotto specifico piuttosto che intere franchigie da far scomparire nelle proprie trame corporative. La media dei contratti nel 2026 ha superato i 527 milioni ciascuno, rispetto ai 365 dell’anno passato. E l’attività non accenna a diminuire, spaziando dalla lotta contro il cancro a malattie metaboliche fino ai balzi avanti in neurologia, come nel caso dell’Alzheimer.
Lüneborg assicura non si tratti di panico da acquisto frenetico, ma più che altro di una strategia ben meditata: puntare su prodotti pronti a sbarcare sul mercato e allo stesso tempo investire in tecnologie early-stage per non restare a bocca asciutta nel futuro.
Quei maledetti “patent cliff” e l’irresistibile richiamo della Cina
L’angoscia più grande per Big Pharma? Vedersi scadere i preziosissimi brevetti che garantiscono incassi da capogiro. Per sopravvivere, dicono gli addetti ai lavori, non resta che tappare quel buco gigantesco nei bilanci dovuto proprio alle “scadenze” imminenti.
Rajesh Kumar mette il dito nella piaga:
“Se sei una bestiola come Eli Lilly, che cavalca la crescita e ha fortuna dalla sua, tutti vogliono fare un pezzo di strada con te. Ma se ti trovi davanti a un grosso patent cliff e il futuro sembra un campo minato, devi giocarti il jolly da protagonista, magari inventando da zero.”
Nel frattempo, la ricerca d’innovazione spesso conduce i colossi occidentali verso la Cina. Nonostante le recenti restrizioni statunitensi che puntano a tamponare l’uso dei dati clinici cinesi, l’interesse per gli asset provenienti dal paese del Dragone non si placa affatto. Kumar lo definisce un fenomeno “ancora vivo e vegeto”.
La signora Lüneborg racconta l’adozione di un modello “win-win” cross-border da parte di Forbion:
“Molte biotech cinesi hanno sviluppato prodotti e scienze molto convincenti, ma spesso mancano di capitali o infrastrutture sufficienti per espandersi oltre i confini cinesi. Da qui la nascita di nuovi modelli societari con acquisizione dei diritti fuori dalla Cina per portare le tecnologie a FDA e EMA.”
Nel frattempo, i mercati pubblici, che solo un anno fa facevano storcere il naso ai più, stanno vivendo una rinascita: l’indice biotech XBI è salito del 50%, e le IPO si moltiplicano come funghi, confermando che la finestra per farsi notare e finanziare innovazioni di nicchia è spalancata.
Lüneborg sintetizza la faccenda:
“La necessità pressante di acquisire prodotti a causa dei patent cliff attrae anche investitori più generalisti nel settore biotech, creando una dinamica che alimenta ulteriore interesse e investimenti.”
Insomma, tra imprese che compulsivamente aprono il portafoglio, brevetti che scadono come uova decomposte e una Cina che continua a dettare legge sulle nuove frontiere della scienza, il nostro amato settore biopharma sembra aver trovato il perfetto equilibrio tra frenesia e strategia. Tanto che, se il trend continua così, potremmo trovarci di fronte al 2026 più scintillante degli ultimi sette anni. Non male per un settore che qualche anno fa sembrava aver perso la bussola.



