Prediche inutili e nessuno li ascolta, ma continuano lo stesso a pontificare

Prediche inutili e nessuno li ascolta, ma continuano lo stesso a pontificare

Benvenuti all’ennesima puntata della newsletter “Il Capitale”, quel gioiello di lucida analisi che sicuramente vi strapperà un sorriso amaro. Tutto inizia con una notizia da far girar la testa, tipo quelle che ti mettono in fila pezzi di un puzzle che nessuno vuole davvero vedere completo.

Prima chicca? La Commissione europea ha generosamente elargito all’Italia la bellezza di quattordici miliardi di “flessibilità” in due anni per tamponare l’emergenza energia causata dal blocco del traffico a Hormuz. Fantastico, direte voi. Un Paese da sempre celebre per il suo virtuosismo fiscale, e un governo altrettanto noto per aver sempre rispettato le regole, ricevono un trattamento speciale. Certo, peccato che questi fiumi di denaro non siano destinati a tagliare davvero le accise – che fra l’altro sono tra le più alte d’Europa – ma solo a “tampone”. Se il governo deciderà di confermare gli sconti ai carburanti, buona fortuna nel dimostrare quali fondi nascono davvero da questa flessibilità e quali no. Magica politica dei numeri!

Seconda piroetta del gran circo: lo stesso giorno della concessione di bilancio, la Commissione europea ha pubblicato la sua annosa opera di saggezza, le “raccomandazioni di primavera”. Un corposo tomo di ben 150 pagine redatto da tecnici super competenti – da noi chiamerei “quelli che sanno tutto ma non si sa mai se contano davvero qualcosa” – che enunciano, punto per punto, cosa dovremmo fare per migliorare la qualità della nostra economia e della vita di tutti noi. E indovinate un po’? Dopo decenni di crisi, governi tecnici, ampie intese e salvifici sussidi europei, la lista dei problemi italiani rimane la medesima da trent’anni: tasse sul lavoro ancora un lusso per pochi, tasse su rendite e patrimoni una barzelletta, valori catastali che sembrano usciti da un museo, salari che più bassi non si può e infine, miracolo! Un sistema imprenditoriale stagnante e una sanità che procede spedita verso la decadenza.

Terza puntata del nostro spettacolo dati: l’Ocse, quella congrega di cervelloni che studia l’economia delle nazioni più ricche, ci fa sapere che quest’anno l’Italia crescerà di un modesto mezzo punto percentuale. Notiziola col botto, finché non scopriamo che la Germania – sì, proprio lei, il “grande alibi” di tante colpe italiane – cavalca già onde molto più alte. Però, teniamo presente un farmaco di conforto: l’Ocse ammette che il nostro strepitoso Recovery Plan ha avuto il suo effetto magico sugli investimenti, arrivando a livelli che non vedevamo da 35 anni. Peccato che costruire scuole, asili o linee dell’alta velocità non equivalga automaticamente a produrre crescita economica. E poi chi vorrà mai sapere cosa sarebbe successo senza questi duecento miliardi? Ovviamente, la landa desolata della recessione.

Ultima perla della giornata: la Banca d’Italia ci illumina con il suo rapporto sulla ricchezza degli italiani nel 2025. Patrimonio medio netto? In crescita, certo, da 431mila a 453mila euro! Perché tutto va bene finché non scopriamo che il 10% custodisce oltre il 60% di tutta questa ricchezza, mentre il 50% più povero si attacca al primato di abitazione e risparmi ridotti all’osso. L’indice di Gini, che misura le diseguaglianze, fa la sua incredibile scalata al rialzo, applaudito da nessuno. Nel frattempo, l’Italia continua la sua marcia lenta e costante verso l’irrilevanza economica, con una crescita scandolosa sotto l’1% all’anno che la colloca nelle retrovie del ranking europeo del salario medio.

Tra l’altro, tolto l’effetto degli evasori – quei simpaticoni che schivano il fisco come fossero in un videogioco – lo stipendio medio annuo italiano è intorno ai 30mila euro: metà di quello che guadagnano i dipendenti tedeschi, e un buon terzo meno di quello francese. Un dettaglio, se ci pensate.

Il 2 giugno, per tirare un sospiro e scialacquare un po’ di patriottismo, l’Italia ha festeggiato ottant’anni di esistenza repubblicana. E dieci anni dopo la sua nascita, nel 1956, il grande economista Luigi Einaudi scriveva una serie di articoli che sfociarono in un titolo più che mai attuale: “Prediche inutili”. Perché sì, la politica italiana ama sacrificare sempre il bene comune sul tavolo del consenso immediato, mentre la visionaria soluzione lungo termine viene relegata al ruolo di eterna sconosciuta. Una patologia delle democrazie moderne, secondo lui. E, sorpresa, non abbiamo fatto un solo passo avanti in tutto questo tempo: campioni mondiali di prediche inutili, e fieri di esserlo.

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