In una mossa degna delle grandi soap opera politiche, Andy Burnham, il sindaco della Grande Manchester e candidato in pectore per spodestare il premier Keir Starmer, ha deciso all’ultimo momento di cancellare un incontro telefonico pensato per rassicurare gli investitori tanto nervosi quanto probabilmente annoiati dal caos della politica britannica.
Il nostro eroe, che per l’istante è ancora un comune mortale senza seggi in Parlamento, intende correre alle elezioni suppletive del 18 giugno a Makerfield, nel Nord-Ovest dell’Inghilterra. Se dovesse portare a casa il seggio, prepara il terreno per il suo assalto al trono laburista incalzato da una stagione disastrosa per Starmer, il cui governo ha appena subito una sconfitta umiliante nei recenti ballottaggi locali. Che sorpresa, eh?
La combinazione di questa instabilità politica e l’avanzata di Burnham ha fatto scattare più di qualche allarme nei mercati dei titoli di Stato britannici, con gli investitori che già tremano al pensiero di un premier più a sinistra, più spendaccione e più incline a indebitare il Regno Unito. D’altronde, con costi di finanziamento già da primato nel G7 (i rendimenti sui gilts a lungo termine galoppano oltre il fatidico 5%), cosa potrebbe andare storto?
Burnham, non contento di agitare lo spettro del fallimento, pochi giorni fa ha anche scritto un editoriale in cui invocava la nazionalizzazione di industrie chiave e un controllo ferreo su Big Tech e intelligenze artificiali. Che gentilezza. E poi sibilava che i politici non dovrebbero essere “sottomessi ai mercati obbligazionari” – un’affermazione che ha subito moderato, presumo dopo aver guardato i numeri del debito.
Secondo il Financial Times, Burnham avrebbe dovuto partecipare a un call organizzata da un gruppo di consulenti politici, Signum Global Advisors, per discutere come bilanciare “modifiche di politica fiscale con la pressione dei mercati obbligazionari”. Indovinate un po’? La chiamata è saltata all’ultimo minuto per “un conflitto di agenda”. Insomma, un’incomprensione più unica che rara quando si ha da rassicurare le tasche di chi ormai sogna solo di dimenticare questo circo.
I mercati sottovalutano il rischio politico britannico
In un’analisi recente, la società finanziaria Ebury ha tracciato una diagnosi impietosa: i mercati stanno prendendo sottogamba le conseguenze di queste elezioni suppletive e il generale caos politico che imperversa nel Regno Unito. Il capo stratega Matthew Ryan ha pronunciato la sentenza di morte sul futuro laburista di Starmer, scommettendo che il suo regno finirà ben presto grazie a una sfida interna ufficiale.
Ryan ha definito il rischio di un trionfo di Burnham “altissimo”, e si attendono vendite paniche sui titoli di Stato, con una rivalutazione al rialzo immediata del rischio fiscale britannico. L’idea è che il buon Andy, con il suo passato da sindaco, ci farà vedere cosa significa spendere a manetta, finanziare tutto con debiti coperti da nuove tasse ai capitalisti e ai ricchi (perché mica possiamo colpire i poveri, vero?).
Sembra proprio che il Regno Unito non abbia lo spazio fiscale per questi esperimenti da rivoluzionario del portafoglio, considerata l’impennata del debito pubblico, la crescita stagnante, l’inflazione che dà il tormento e una popolazione invecchiata cui non serve un altro casino politico.
Starmer, nel frattempo, fa il duro di fronte alla richiesta delle sue stesse truppe di dimissioni – si sa, cosa c’è di più divertente che vedere i propri compagni di partito che urlano per la resa? – ma ha promesso che si terrà la poltrona stretta stretta. Naturalmente, se un numero sufficiente di colleghi gli darà il benservito, ci sarà una votazione tra gli iscritti del partito e allora vedremo chi sopravvive al massacro.
Nel frattempo, la piattaforma di scommesse politiche Polymarket ha messo Burnham come favorito numero uno a diventare il prossimo premier nel 2026, con una probabilità del 59%, mentre Starmer resterebbe a galla solo per un timido 25%. Gli altri contendenti fanno quasi tenerezza: la ex vice premier Angela Rayner, più a sinistra di Starmer, balla al 7%, mentre l’ultimo ad arrendersi, Wes Streeting, che ha lasciato il governo il mese scorso, si attesta sull’1%. Tornando agli investitori in gilts sovrani inglesi, beh, è chiaro: stanno vivendo ore di… puro divertimento.
Che spettacolo straordinario il circo della politica britannica! Tra chi si aggrappa disperatamente alla linea dura del rigore finanziario e chi sogna di sbrigliare le redini della spesa pubblica come una rockstar alle prime armi, il palcoscenico è pronto per il grande scontro. L’eroe della situazione? Naturalmente Andy Burnham, in versione capro espiatorio per l’ansia degli investitori preoccupati per il debito pubblico del Regno Unito, i prestiti e quella meravigliosa cosa chiamata “emissione di gilts”.
Secondo il brillante interpretatore del mercato, Nigel Green, CEO del deVere Group, Burnham è diventato l’icona dell’incertezza economica, una specie di spauracchio per chi ha paura che il nuovo leader laburista possa mandare a ramengo tutte le regole fiscali che hanno formato la politica degli ultimi anni, regole che evidentemente vanno prese come sacre scritture. Ricordate la “leggenda” della Liz Truss? Ah, povera Liz! Quel tentativo travolgente di tagliare le tasse senza coperture, poi finito in scappatella dalla guida del Paese dopo due mesi, è diventato un trauma collettivo per i mercati e una favola nera da raccontare ai bambini prima di dormire.
Green ci tiene a precisare che, recentemente, Burnham ha cercato di tranquillizzare gli animi del mercato, promettendo fedeltà alle regole fiscali e cercando di rassicurare che non si appresta a stravolgere radicalmente l’attuale sistema. Commovente, vero? Ma proprio questa necessità di rassicurazioni evidenzia quanto sia arduo il compito per chi cerca di guidare la nave digitale del debito britannico senza infrangere gli scogli dello spauracchio finanziario.
I mercati, fra paura e prudenza
Parlando di mercati, la signora Daniela Hathorn, analista senior di Capital.com, aggiunge un tocco di realismo al quadro, spiegando che gli investitori stanno cominciando a soppesare la possibilità di un cambio al vertice nel Partito Laburista, con Burnham sulla poltrona più ambita di Westminster. Ma attenzione! Gli asset britannici non sembrano aver ancora metabolizzato completamente l’eventualità, e quindi i prezzi attuali refluiscono più una richiesta di “premio per il rischio” legato all’incertezza politica che un vero giudizio su un’eventuale politica fiscale in stile Burnham.
Come dire: i mercati sono come quel ragazzo alla festa che osserva un potenziale nuovo arrivato da lontano, pronto a fuggire al minimo segnale di scompiglio, ma che non osa ancora scommettere completamente su chi vincerà la gara di ballo. Se e quando si convinceranno che Burnham guiderà, allora sì che la festa potrebbe scoppiare davvero, con conseguenze molto più devastanti di un semplice cambio di musica.
Burnham e il tocco delicato sulle spese pubbliche
Intanto, nell’arena degli economisti, James Smith di ING prende una posizione parecchio pragmatica: i prezzi del petrolio, e non il teatrino della politica, sono tuttora il vero motore dietro le oscillazioni dei gilts. E, pare, anche lo stesso Burnham ha iniziato a camminare sulla corda tesa con più cautela. Nonostante questo, Smith resta scettico sull’idea che nel breve termine si possano avere rivoluzioni fiscali così sismiche da stravolgere la politica monetaria della Bank of England.
In altre parole: niente paura, tutto rimarrà come adesso, almeno fino a quando il prossimo capitolo della telenovela britannica non ci farà cambiare opinione. Nel frattempo, però, possiamo goderci lo spettacolo, tra chi promette austerità e chi racconta favole di spese folli, tra mercati nervosi e politici che vagheggiano il potere come se fosse un gioco da ragazzi.



