Ah, il Myanmar ci regala un’altra chicca di cronaca che non può assolutamente passare inosservata. Immaginate la scena: una “detonazione accidentale di esplosivi per l’estrazione mineraria” provoca una gigantesca esplosione che miete almeno 55 vittime e lascia decine di feriti. Un vero e proprio disastro, anche se, modestamente, tutto nasce da un piccolo regalo esplosivo malamente conservato. Ma niente panico, tutto sotto controllo nella zona più tranquilla del nord-est, in un’area gestita da un gruppo guerrigliero etnico che sicuramente fa della sicurezza la sua parola d’ordine.
Non so voi, ma questa definizione di “detonazione accidentale” suona un tantino sospetta. Forse un eufemismo per esportare la realtà di una vera e propria bomba pronta a esplodere, letteralmente, nel cuore di un villaggio di nome Kaung Tat, proprio al confine con la provincia cinese dello Yunnan. La tragedia non fa distinzioni: 25 donne e 30 uomini, ignari partecipanti a questa catastrofe di proporzioni epiche.
Nel frattempo, l’illustre Esercito di liberazione nazionale Ta’ang (Tnla), un gruppo di guerriglieri etnici che, tra una battaglia e l’altra, sembra essersi specializzato nell’accumulo e nella gestione “responsabile” di esplosivi, ha ammesso candidamente che gli ordigni erano custoditi nel suo dipartimento economico. Esatto, proprio lì dove si dovrebbe occuparsi di finanze e scontrini, sembra fare bella mostra di sé un deposito di artifizi mortali.
La favolosa milizia, invece di fare autocritica o spiegare come cavolo si fa a conservare roba così pericolosa in un ufficio economico, si limita a dire che stanno “indagando sulle cause dell’incidente”, lasciando nella sfiducia più totale chi si chiede come si possa essere così imprudenti. Nel frattempo, la zona è una polveriera – letteralmente – e la sicurezza? Beh, quella sembra un optional nel loro manuale operativo.
Una sicurezza… esplosiva
La storia, naturalmente, sfugge a qualsiasi tentativo di razionalità: come si fa a tenere esplosivi in un ufficio economico? Come si fa a parlare di “detonazioni accidentali” quando si gestiscono materiali così delicati? E soprattutto, perché nessuno si è preso la briga di mettere in sicurezza il villaggio e le abitazioni circostanti, prima che l’esplosione trasformasse tutto in un vero e proprio inferno?
Il tutto accade in una zona strategica e problematicissima, tra guerre etniche, conflitti armati e un fragile equilibrio geopolitico vicino al confine cinese. Ma di certo, conservare esplosivi nel dipartimento economico è un modo infallibile per garantire che incidenti devastanti non manchino mai. Evidentemente, l’efficienza amministrativa non è proprio la priorità di questi signori. O forse, è solo la loro idea di “esplosiva” trasparenza.
Gli eroi silenziosi e i superstiti
E mentre l’Tnla si diletta con la sua inchiesta allegramente postuma, le squadre di soccorso stanno cercando di mettere insieme i pezzi di una tragedia che avrebbe potuto essere evitata con un minimo di buon senso (o di meno irresponsabilità). Che dire dei superstiti? Animati da un coraggio che sfida la logica, cercano di raccogliere ciò che resta dei loro villaggi e delle loro vite, in un luogo dove la parola “normalità” è quasi un lusso.
In definitiva, questa nuova puntata del dramma birmano ci ricorda, senza troppi complimenti, che quando si convive con ordigni inesplosi e “incidenti” che scoppiano senza avvertimento, la parola d’ordine è sempre la stessa: arrendersi alla tragicomica ironia della vita, soprattutto in certi angoli del mondo dove il caos sembra organizzato meglio della sicurezza stessa.



