Andy Burnham sogna il controllo pubblico totale su industria e intelligenza artificiale come se fosse la panacea di tutti i mali

Andy Burnham sogna il controllo pubblico totale su industria e intelligenza artificiale come se fosse la panacea di tutti i mali

Ah, il carissimo Andy Burnham, quel fenomeno politico che minaccia di far cadere il premier britannico Keir Starmer. Se mai riuscisse a rimettere piede nel governo centrale, propone niente meno che una stretta regolamentare su intelligenza artificiale, Big Tech e settori chiave. Perché, diciamocelo, nulla dice “progresso” come più burocrazia e meno libertà d’impresa, giusto?

Burnham, sindaco di Greater Manchester e sempre più noto come il “re del Nord del Labour”, ci ricorda con tono accorato (e un filo patetico) che il crollo del 2008 fu principalmente causato da una “mancanza di regolamentazione”. E la loro brillante soluzione sarebbe… ancora più deregulation? Aspetta un attimo, non si stava proprio dicendo il contrario?

Naturalmente, la coerenza non è proprio il punto forte quando si cerca di conquistare il potere. Burnham si prepara infatti a correre alle elezioni suppletive di Makerfield, nel Nord-Ovest dell’Inghilterra, proprio il 18 giugno, e spera che un seggio a Westminster gli apra la strada per sfidare Starmer alla leadership del partito. Chissà se alle folle adoranti spiegherà meglio le sue idee – o se continuerà a confondere regolamentazione e deregolamentazione con la grazia di un elefante in una cristalleria.

Le elezioni locali, dove il Labour ha subito una sconfitta devastante, hanno lasciato la leadership di Starmer appesa a un filo sottile come il filo del rasoio. Questo ha acceso il fuoco delle speculazioni, con vari parlamentari che chiedono a gran voce le sue dimissioni. Secondo alcune piattaforme di previsione, come Polymarket, Burnham è già favorito come prossimo primo ministro, con una probabilità del 56% di prendere il posto di Starmer entro il 2026. Nel frattempo, Starmer orgogliosamente si ostina a restare al comando, pur sapendo che una votazione interna al partito potrebbe travolgerlo se qualcuno raccogliesse abbastanza sostegno.

Non stupisce che i mercati finanziari, specialmente quelli dei gilts (i titoli di stato britannici), abbiano subito un po’ di crisi nervosa davanti allo spettro di Burnham al potere. Il sostegno a Starmer e alla sua ministra delle finanze, Rachel Reeves, era dovuto alla loro promessa – quasi messianica – di tenere a bada il debito pubblico e la spesa. Burnham, al contrario, è visto come un’anomalia potenzialmente disastrosa, pronta a far saltare tutto con le sue campagne di regolamentazione e controllo pubblico.

Col suo carisma da “king in the north”, Burnham ha provato a calmare gli animi la scorsa settimana, facendo marcia indietro su alcune sue dichiarazioni dove suggeriva, in modo poco diplomatico, che il Regno Unito fosse praticamente “in ostaggio dei mercati obbligazionari”. Un tentativo disperato di non farsi sbranare da un sistema finanziario che lui stesso vuole cambiare.

Il suo intervento più recente è una risposta velenosa a un saggio di Tony Blair, il quale aveva accusato il Labour di mettere in pericolo il futuro del paese focalizzandosi troppo sulla politica interna e troppo poco sulla crescita economica e sulla buona amministrazione. Insomma, Blair teme l’ammissione di incapacità mascherata da lotta ideologica, mentre Burnham sottolinea che il vero problema è il neoliberalismo degli ultimi decenni e la deregulation selvaggia, ovvero proprio quei miracoli che Blair e i suoi cherubini celebrano come panacee.

Burnham ha sparato a zero:

“Quarant’anni di neoliberalismo e la accettazione della deregolamentazione e privatizzazione dei servizi essenziali hanno causato danni a moltissime comunità britanniche.”

E qui arriva la chicca:

“L’economia a cascata, alla fine, non è mai scesa veramente. Se non cambiamo rotta, il Regno Unito finirà intrappolato in una politica tossica e divisiva come quella degli Stati Uniti, con tutti i danni sociali che questo comporta.”

Traduzione: più controllo pubblico, investimenti in servizi essenziali come trasporti, energia, acqua, educazione e abitazioni, e ovviamente regolamentazioni a gogò. Dimenticate il mercato libero, qui siamo per la pianificazione centralizzata, peccato se va contro ogni principio moderno di economia.

Ma attenzione: l’esempio glorioso arriva proprio da Greater Manchester, dove l’intervento pubblico nel trasporto è il faro della crescita economica – perché ovviamente tutti sanno che il comunismo locale è la ricetta magica per il progresso. Nell’attesa che queste idee illuminino la Gran Bretagna, possiamo solo assistere divertiti (o terrorizzati) a questa danza tragicomica di politica, ego e visioni economiche. D’altronde, cosa ci vuole per diventare primo ministro nel Regno Unito? Una buona dose di contraddizioni e qualche slogan indignato, evidentemente.

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