Addio a Sonny Rollins l’ultimo vero eroe del jazz che nessuno merita più

Addio a Sonny Rollins l’ultimo vero eroe del jazz che nessuno merita più

È passata a miglior vita la leggenda del sassofono tenore, Sonny Rollins, che se ne è andato all’età di 95 anni, lasciando dietro di sé una scia di note e inevitabili rimpianti. Sembra che la conferma sia arrivata direttamente dalla sua portavoce, Terri Hinte, che ha comunicato la dipartita nella tranquilla dimora di Woodstock, New York. Niente cause drammatiche o misteriose, solo un declino dovuto a problemi di salute, perché perfino i giganti del jazz devono ammettere che l’età non perdona.

Chiunque abbia anche solo sfiorato l’universo del jazz conosce il suo suono potente e inconfondibile, accompagnato da un’inarrestabile voglia di sperimentare. Per oltre cinquant’anni, da quando il bebop era ancora il futuro, passò indisturbato da innovatore a leggenda vivente, sempre a spingere i confini della musica, fino a flirtare con il free jazz. Insomma, era uno che non si sedette mai sugli allori, preferendo costantemente reinventarsi.

E come dimenticare il suo inatteso cameo nel mondo del rock? Sì, proprio così: Sonny Rollins ha fatto capolino nelle chart collaborando con i Rolling Stones nell’album “Tattoo You”, regalando loro un assolo di sassofono in “Waiting on a Friend”. Incredibile che un gigante del jazz abbia fatto simpatia anche ai metallari!

Nonostante l’adorazione collettiva, lui non si diede mai quel lusso chiamato “compiacimento”. Amava definirsi un “cantiere aperto” e si allontanò spesso dalle scene, non certo per oziare, ma per assorbire e studiare nuovi orizzonti musicali. Forse nessuno conosceva la sua severità interiore più del suo stesso riflesso: ascoltare le sue vecchie incisioni gli provocava quasi dolore, un’insofferenza tipica dei perfezionisti cronici.

Passati gli anni Novanta e Duemila, quando molti grandi della musica si sarebbero già fatti campioni di autocelebrazione, lui pubblicò dischi raffinati e continuò a calcare i palchi fino a oltre 80 anni, concetto che in sé è una lezione di dedizione misto a ossessione. Sfortunatamente, una fibrosi polmonare fece il suo dovere implacabile e così il suo ultimo concerto risale al 2012, mentre nel 2014 abbandonò definitivamente il sassofono.

Se c’è un disco che si consegna alla storia, quello è Saxophone Colossus. Parola di esperti. Ma non finisce qui: negli anni Sessanta, Rollins mise la sua arte anche al servizio del cinema componendo la colonna sonora di “Alfie”, un film che, guarda caso, lanciò la carriera di Michael Caine. Un talento a tutto tondo, insomma.

Una vita da fuorilegge e da rinascita

La parabola di Sonny Rollins non è stata certo una promenade de santé. Da giovane, il sassofonista ha calcato anche le ombre più cupe: dipendenza dall’eroina, due passaggi in prigione e persino notti trascorse per strada nella gelida Chicago. Qualcuno alzerà gli occhi al cielo dicendo che “anche le leggende hanno i loro peccati”…

Nel 1954 decise di affrontare il mostro a viso aperto, entrando volontariamente in una clinica nel Kentucky per disintossicarsi. Quell’episodio gli cambiò la vita, modificando anche il suo sguardo sul mondo, e forse fu l’ingrediente segreto che gli permise di diventare la leggenda che tutti ammirano.

Di famiglia musicale, nato ad Harlem il 7 settembre 1930 come Theodore Walter Rollins, si autoprese l’onere e l’onore di studiare il sassofono da solo, una scelta che potrebbe aver determinato il suo approccio libero e radicale allo strumento. Dopo avere suonato con giganti come Thelonious Monk, Miles Davis e Bud Powell, si issò rapidamente sul podio del jazz mondiale diventandone uno dei simboli più luminosi.

Sonny Rollins lascia dietro di sé una miniera di registrazioni inedite, quasi a sfidare il tempo e i posteri a trarne nuova linfa vitale. In un’intervista di qualche anno fa, con la sua proverbiale ironia aveva confidato:

Sonny Rollins said:

“Ho passato la vita a tormentarmi per ogni nota. Almeno ora che lascio questo pianeta, non dovrò più preoccuparmene.”

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