Al rientro all’aeroporto di Istanbul, l’eroico attivista francese Adrien Jouan, membro della gloriosa Global Sumud Flotilla imbarcato sulla Lina Al Nablusi, ha deciso di sfoggiare con orgoglio i segni del suo “accogliente” viaggio: lividi sulla schiena, tracce indelebili delle attenzioni premurose dei militari israeliani. Il tutto dopo essere stato catturato e convenientemente trasferito al porto di Ashdod. Perché, si sa, nulla comunica la pace come qualche sana percosse.
Con uno slancio umano quasi commovente, Jouan tiene a precisare che le persone di origine araba a bordo hanno fatto il “bis”: sono state prese a calci e pugni in quantità industriale, probabilmente per insegnare loro il valore del silenzio obbligato. Insomma, lui è stato solo un “piccolo antipasto” di una serata di botte ben organizzata.
E chissà se nei prossimi giorni le immagini di quei “teneri” incontri si trasformeranno in viralità sui social, completando così il cerchio della narrazione di democrazia e libertà che accompagnano certe operazioni “di sicurezza”. Nel frattempo, benvenuti nel magico mondo dove la diplomazia si esprime con lividi e torture a bordo delle navi della speranza.



