Manchester mette sotto la lente Andy Burnham mentre sogna di spodestare il premier Keir Starmer

Manchester mette sotto la lente Andy Burnham mentre sogna di spodestare il premier Keir Starmer

Ah, Andy Burnham, il sindaco della Grande Manchester, noto anche come “Late Andy Burnham”. Non perché arrivi sempre in anticipo, beninteso: il nostro eroe è famoso per la sua puntualità da lepre assonnata. Quando è arrivato con 90 minuti di anticipo a un’intervista live accuratamente pianificata con i suoi PR, l’unica cosa che si è guadagnato è stato il divieto di restare per la diretta. Una prestazione degna di nota, non c’è che dire.

Dopo una buona dose di facciata con un’intervista registrata e mai mandata in onda, Burnham e la sua corte di consiglieri si sono dileguati nel nulla, lasciando dietro di sé solo il soprannome affettuoso di “Late Andy”. Ma non preoccupatevi, non è una novità: quella reputazione lo precede, e, a quanto pare, lo seguirà anche alla prossima gara elettorale.

Recentemente, Burnham ha ufficializzato la sua candidatura per la prossima elezione suppletiva a Makerfield, con l’obiettivo – mica poco – di scalzare Keir Starmer dalla leadership del Partito Laburista e, forse, anche dalla posizione di Primo Ministro. Dato che ha già tentato due volte senza successo di prendere le redini del partito, si possono già annusare i prodromi di un epico fallimento.

Il buon Andy è posizionato nettamente più a sinistra rispetto a Starmer. Ricordate quando, a settembre scorso, ha dichiarato al New Statesman: “dobbiamo andare oltre l’essere indebitati col mercato obbligazionario”? Peccato che queste parole abbiano scatenato una vendita massiccia dei titoli di stato britannici. Evidentemente, le sue uscite avventate meritano più attenzione, o forse solo un consiglio su come usare il microfono senza causare caos finanziari.

La sua promessa elettorale si basa sul suo “successo” da sindaco, iniziato nel 2017. A detta di un rapporto della Greater Manchester Combined Authority pubblicato a gennaio, la crescita economica della regione – misurata dal Valore Aggiunto Lordo – ha battuto quella britannica in sette degli ultimi nove anni, con un modesto 3,1% contro l’1,5% nazionale. Bravo Burnham, peccato che dietro questa statistica scintillante ci sia un cocktail poco brillante di politiche economiche che lui stesso chiama “Manchesterism”.

Non si tratta di quel capitalismo sfrenato da industriali del XIX secolo come Richard Cobden e John Bright, ma di una babele di idee: più devoluzione, maggiori spese pubbliche, governo più invadente e nazionalizzazioni di servizi essenziali come energia, trasporti e acqua. Come pensa di finanziare tutto questo? Naturalmente, il dettaglio più spinoso resta un mistero degno di un romanzo di fantascienza politica.

Il grande inganno del “Manchesterism”

Burnham esalta la “Bee Network”, un sistema di trasporti pubblici di proprietà comunale con tariffe unificate, che integra treni, autobus, tram e piste ciclabili. Peccato che il gioiellino più riconosciuto di questa rete, il Metrolink, sia stato approvato e avviato addirittura nel 1989 sotto il governo Margaret Thatcher, la stessa Thatcher che il nostro sindaco si diverte a rinnegare. Insomma, meriti personali? Decisamente pochi.

Le medesime critiche si applicano a tutta la presunta “rinascita economica” di Manchester, attribuita soprattutto a figure come Richard Leese, leader laburista del Consiglio di Manchester per 25 anni, e al compianto Howard Bernstein, amministratore delegato del consiglio. Questi due signori hanno tessuto alleanze con sviluppatori di talento e persino con il conservatore George Osborne, mostrando pragmatismo che a Burnham manca del tutto.

Il duo ha rilanciato la città con grattacieli, edifici simbolo come la Manchester Arena, lo stadio che ospita il Manchester City FC e il distretto d’affari di Spinningfields. Hanno fatto il lavoro sporco, lui si limita a raccogliere applausi per il lavoro svolto da altri.

Per quanto ci riguarda, Burnham è bravo a vestirsi dei meriti altrui, ma la storia insegna che brillanti sindaci regionali non si traducono automaticamente in brillanti primi ministri. Lo ricordi la premiership di Boris Johnson, un altro esempio lampante di come non si possono mescolare le carte.

È davvero la ricetta giusta per la Gran Bretagna?

Nel frattempo, il Fondo Monetario Internazionale ci lancia una chicca: la Banca d’Inghilterra probabilmente non deve più aumentare i tassi d’interesse, anzi, potrebbe addirittura tagliarli. Un suggerimento che arriva proprio mentre i mercati obbligazionari si domandano se il nostro uomo di Manchester potrebbe rivoluzionare le regole fiscali e mettere l’economia britannica su un percorso decisamente più tortuoso.

Nel mondo reale, un piccolo istituto finanziario britannico, la Market Financial Solutions, è fallito gettando nello sconforto banche e investitori su entrambi i lati dell’Atlantico. Chissà se Burnham avrà qualche soluzione pronta, o se la sua idea di politica economica si basa solo sul ritardo cronicamente accumulato.

L’appuntamento con l’elezione di Makerfield potrebbe dimostrarsi più di uno scontro interno al Laburismo: potrebbe essere una di quelle puntate della serie “chi vuole un leader che fa danni?”. E noi non vediamo l’ora di sintonizzarci.

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